La prossima campagna elettorale si preannuncia uno scontro di slogan tra i sostenitori di alleanze allargate e alleanze identitarie, supportati da pseudo giornalisti di un'informazione che, rincorrendo la propaganda, restringe il dibattito pubblico all'esaltazione del nulla, piuttosto che a suggerire nuove idee e nuove soluzioni.

La prossima campagna elettorale italiana è un duello che vedrà schierati da una parte il “campo largo” e dall’altra quello che potremmo definire il  “fascio stretto” che, a seconda dell'interpretazione, può suonare sia come un elogio della compattezza che un'elogio al ventennio. In mezzo, un elettorato chiamato a orientarsi più tra simboli che tra programmi, con la propaganda che, inevitabilmente, finirà per sostituire qualsiasi contenuto.

Il “campo largo”, marchio ormai riconducibile al Partito Democratico, continua a inseguire la logica dell’inclusione: mettere insieme tutto ciò che è compatibile — e soprattutto anche ciò che non lo è — pur di costruire un’alternativa numericamente competitiva all'attuale maggioranza. Una strategia che punta sulla somma, ma che rischia di perdere coerenza strada facendo. Dentro ci sta tutto — progressisti, centristi, ambientalisti, ex avversari e futuri pentiti — con l’idea che l’unità, anche se fragile, sia comunque meglio della solitudine. Il problema è che, a forza di allargare, il rischio è di perdere i confini di ciò che si vorrebbe costruire.

Dall’altra parte, il “fascio stretto”. Una etichetta non ufficiale, ma sicuramente efficace per descrivere una destra che punta sull'idea di identità nazionale basata sul sangue, ce nega qualsiasi tipo di inclusività, se non riconducibile ad un sistema valoriale basato sul colore della pelle, sulla religione e sull'etnia. Per questo, il termine “fascio” ben si adatta a questa maggioranza. Ce lo ricorda anche Tomaso Montanari: quando la politica si chiude, si irrigidisce e riduce lo spazio del dissenso, dimostra che il doppio senso linguistico finisce per essere un problema democratico. È su questo binario che, in questi anni, si è mosso l'esecutivo di Giorgia Meloni.

Ma il punto più antipatico di tutti sta, in particolar modo, nella maniera in cui il sistema dell’informazione accompagna — o meglio, non accompagna — questa dialettica inutile. Invece di aprire nuovi orizzonti, di proporre soluzioni strutturali e discutere seriamente riforme possibili (come ad esempio un sistema elettorale con collegi uninominali e doppio turno, capace di restituire rappresentatività e responsabilità agli elettori), gran parte del racconto mediatico si limita a tifare. Campo largo o fascio stretto, poco importa: l’importante è scegliere una curva.

Il risultato è un impoverimento evidente. Il confronto si riduce a slogan, le alternative si restringono, e chi prova a uscire da questo schema viene ignorato. Non è solo una questione di superficialità: è una rinuncia implicita al ruolo critico dell’informazione. Invece di interrogare il sistema, lo si asseconda. Invece di complicare il dibattito, lo si banalizza.

E così, tra un campo che si allarga fino a perdere forma e un fascio che si stringe fino a scimmiottare il ventennio, la politica italiana si muove dentro un recinto sempre più stretto — con la complicità di un’informazione che sembra aver smesso di immaginare alternative. Con una conseguenza paradossale: mentre si discute di identità, si perde di vista la sostanza. E il rischio è che, alla fine, più che una scelta consapevole, agli elettori resti solo una preferenza tra due semplificazioni.