Da Obama a Trump: come la Casa Bianca è diventata un’autocrazia senza freni
Barack Obama entrò alla Casa Bianca con l’aura del giurista impeccabile, pronto a governare la più grande potenza mondiale con rigore, equilibrio e – perché no – stile. Ma in quella sicurezza di carta, tra il Nobel per la pace e i sorrisi televisivi, si celava un dettaglio cruciale: la sua idea di “uso responsabile del potere” stava lentamente costruendo una strada che altri avrebbero percorso correndo.
Obama non ha inventato l’autoritarismo, ma ha legittimato strumenti che avrebbero consentito a chi veniva dopo di spingerli oltre ogni prudenza. Quando firmò la ri-autorizzazione e la modifica del Patriot Act nel 2011 e poi il USA Freedom Act nel 2015, non solo prolungò le capacità di sorveglianza federale, ma consolidò il principio che il presidente può decidere quali dati raccogliere, chi monitorare e come farlo, con supervisione minima del Congresso. Decenni di dibattiti costituzionali sulle libertà civili sembravano messi da parte in nome della sicurezza. Per Trump, questa è stata la via libera: strumenti di sorveglianza e raccolta dati già disponibili e legittimati, pronti per monitorare obiettivi interni ed esterni.
Anche nella politica dell’immigrazione Obama aprì varchi significativi. Con DACA e altre azioni esecutive, l’amministrazione decise chi poteva restare e chi no, senza una legge approvata dal Congresso. Non erano deportazioni di massa, certo, ma hanno stabilito il principio secondo cui il presidente può definire regole di fatto su chi entra e chi esce dal Paese. Quando Trump lanciò arresti e deportazioni su scala industriale, non stava violando la Costituzione: stava sfruttando una logica che Obama aveva reso ordinaria.
Sul piano penale, Obama mantenne in vigore le pene minime obbligatorie e le strutture delle prigioni private, pur ammorbidendo alcune pratiche e cercando di limitare gli eccessi. Non abolì nulla. Così, quando Trump ha rilanciato la pena di morte federale, la detenzione obbligatoria e il ritorno massiccio alle prigioni private, non ha trovato nuovi ostacoli legali: ha trovato norme e istituzioni già al loro posto.
La politica estera offre un esempio altrettanto chiaro. Obama sviluppò programmi di droni e missioni militari mirate, a volte extraterritoriali e senza autorizzazioni specifiche del Congresso, basandosi su pareri legali interni e su interpretazioni elastiche del potere esecutivo. Questo ha creato il precedente per Trump di usare i poteri militari in modo unilaterale: attacchi al Venezuela, sequestri di petroliere, piani per catturare leader stranieri. Non stava infrangendo la legge, stava semplicemente spingendo al massimo strumenti che Obama aveva già legittimato.
Infine, la questione dei trattati internazionali. Obama firmò l’Accordo di Parigi sul clima e altri trattati multilaterali senza passare dal Congresso, sfruttando la discrezionalità presidenziale. Questo ha mostrato che un presidente può impegnare gli Stati Uniti globalmente senza il consenso legislativo. Trump ha preso nota, ma al contrario: ha strappato accordi, ignorato obblighi multilaterali e sfruttato lo stesso principio giuridico di discrezionalità esecutiva.
In sostanza, Obama creò una cassetta degli attrezzi dell’esecutivo. Non la chiuse a chiave, non inventò nulla di male, ma rese legittimi strumenti che altri avrebbero usato in modo decisamente meno compassionevole. Trump non ha inventato nuove leggi autoritarie; ha solo usato quelle ereditate e legittimate, allargando la discrezionalità esecutiva a livelli che Obama non aveva mai osato immaginare.
Ecco perché, come ha ricordato la recente testimonianza di Smith al Congresso, la storia non è semplicemente un passaggio tra due presidenti: è una dimostrazione di come la competenza tecnica e la buona intenzione possano aprire varchi enormi se ignorano la politica pratica e la natura del potere.
Obama temeva il Congresso più di quanto temesse l’abuso esecutivo. In un Parlamento paralizzato e spesso ostile, gli ordini esecutivi, le proroghe di leggi come il Patriot Act, i margini di discrezionalità della sorveglianza e della politica estera sembravano l’unico modo per “far funzionare lo Stato” senza gridare emergenza. In altre parole, agì così per gestire il potere esistente in un contesto di stallo istituzionale, convinto che l’intelligenza e l’etica sarebbero state sufficienti a evitare derive autoritarie.
Fu Obama ad attuare la predisposizione istituzionale a considerare la forza esecutiva come asse portante delle scelte strategiche. Sotto l’amministrazione Obama, furono ampiamente utilizzate interpretazioni molto estese dei poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale e di uso della forza. La continua giustificazione di operazioni militari mirate, l’affidamento a pareri legali interni per giustificare interventi extraterritoriali e l’uso di strumenti come i droni contro presunti obiettivi di minaccia — tutto questo ha contribuito a spostare in avanti la linea di ciò che è considerato “legittimo” per un presidente USA.
Obama non ordinò mai operazioni simili a Absolute Resolve, ma stabilì e consolidò un precedente culturale e istituzionale: il presidente può decidere in piena autonomia quali minacce affrontare, come e dove, persino senza una chiara approvazione del Congresso. Quella logica, cioè la fiducia nella discrezionalità esecutiva come metodo di governo nei casi di emergenza o di sistema bloccato, oggi si è incarnata nel raid di Trump — un’azione che gli esperti di diritto internazionale definiscono illegale e pericolosa per la sovranità degli Stati proprio perché non ha un mandato né interno né internazionale che la giustifichi.
Il sogno di Obama di un’“autocrazia responsabile”, guidata dalla virtù personale e dal buon senso, è sfociato in una libertà autocratica senza freni sotto Trump, dimostrando quanto la fiducia nelle buone intenzioni di un presidente non possa sostituire controlli istituzionali solidi.
Le vie per l’inferno, evidentemente, sono lastricate di buone intenzioni: 15 anni fa i Democratici, convinti che la propria presunta virtù personale potesse bastare, hanno aperto la strada al disastro della Democrazia.
(immagine realizzata con AI Photoleap)