L'Italia si trova nuovamente davanti a un bivio. Al centro del dibattito c'è la riforma costituzionale della giustizia, con un focus particolare sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura inquirente (i pubblici ministeri). Non è solo una questione per addetti ai lavori: l'esito di questo scontro definirà il volto dei tribunali per i prossimi decenni.
Attualmente, in Italia, un magistrato può passare (seppur con forti limitazioni introdotte da riforme recenti, da ultima la legge Cartabia) dal ruolo di chi accusa a quello di chi giudica. La riforma punta a creare due concorsi separati e due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) distintie un'Alta Corte disciplinare.
In due step diversi si sono confrontate le ragioni del "Sì" rappresentate da Nicolò Zanon e le ragioni del "No" rappresentate da Vincenzo Musacchio.
Il professor Nicolò Zanon sostiene che la riforma realizza l'articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Il giudice deve essere equidistante tra accusa e difesa. Se il giudice e il pubblico ministero appartengono alla stessa "famiglia" professionale, frequentano gli stessi uffici e hanno la stessa carriera, l'imparzialità rischia di essere solo formale. La difesa (l'avvocato) parte spesso in svantaggio. Separare le carriere serve a mettere accusa e difesa sullo stesso piano davanti a un giudice davvero neutrale. Un pubblico ministero deve avere la mentalità dell'investigatore mentre un giudice quella dell'arbitro. Sono "mestieri" diversi che richiedono percorsi formativi differenti.
Il professor Vincenzo Musacchio, al contrario, vede in questo cambiamento un pericolo concreto per l'autonomia e l’indipendenza della magistratura e, di riflesso, per i diritti dei cittadini. Il timore principale è che, isolando il pubblico ministero dal corpo dei giudici, lo si spinga inevitabilmente verso l'orbita del potere esecutivo (Ministero della Giustizia), rendendolo un "super-poliziotto" e quindi meno affine alla cultura della prova. Se pubblici ministeri e giudici condividono la stessa formazione, il magistrato requirente manterrà sempre una sensibilità garantista, cercando non solo la condanna, ma soprattutto la verità (prove a favore dell'imputato). Sdoppiare il CSM e creare nuove barriere con l'Alta Corte appesantirà ulteriormente una macchina giudiziaria già lenta, senza risolvere il vero problema: i tempi e l’efficienza dei processi. La vera sfida per Musacchio non è cambiare l'architettura dei tribunali, ma garantire che la giustizia sia rapida ed efficiente. Una sentenza perfetta che arriva dopo dieci anni è, di fatto, una giustizia negata.


