La fantastica Italia di Giorgia Meloni cresce poco e invecchia molto, il Paese resta in piedi, ma fatica a guardare avanti: lo dice l'Istat
Il Rapporto annuale 2026 dell'Istat fotografa un'Italia che tiene sul lavoro e sui conti, ma resta frenata da bassa crescita, denatalità, divari territoriali, povertà diffusa e ritardi nell'innovazione. Il punto decisivo è uno: senza capitale umano, ricerca e produttività, la stabilità rischia di diventare immobilismo.
L'Italia del 2026 è un Paese che non crolla, ma nemmeno corre. È questa, in estrema sintesi, la fotografia consegnata dal Rapporto annuale Istat 2026 sulla situazione del Paese, presentato il 21 maggio alla Camera dei deputati. Un documento ampio, che attraversa economia, demografia, lavoro, istruzione, disuguaglianze, ambiente, innovazione e struttura produttiva. Il quadro che ne emerge è quello di un sistema nazionale capace di resistere agli shock, ma ancora incapace di trasformare la resistenza in sviluppo duraturo.
Il primo dato è economico. Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto appena dello 0,5 per cento, rallentando rispetto al +0,8 per cento del 2024 e al +0,9 del 2023. La crescita è stata sostenuta soprattutto dalla domanda interna, dagli investimenti e da alcuni comparti dei servizi e delle costruzioni, mentre la manifattura ha continuato a mostrare segnali di debolezza. La domanda estera netta, invece, ha pesato negativamente. In Europa l'Italia ha fatto meglio della Germania, ferma a una crescita molto debole, ma peggio della Francia e soprattutto della Spagna, che continua a mostrare un dinamismo molto più robusto.
Il confronto con Madrid è uno dei passaggi più significativi del Rapporto. Tra il 2022 e il 2025 il Pil spagnolo è cresciuto cumulativamente del 9 per cento, quello italiano solo del 2,3 per cento. Non è una differenza marginale, né soltanto congiunturale. La Spagna cresce di più perché ha consumi più forti, una spesa pubblica più espansiva, una popolazione in età lavorativa più dinamica anche grazie all'immigrazione, redditi reali aumentati con maggiore intensità e investimenti più orientati verso capitale immateriale e proprietà intellettuale. L'Italia, invece, continua a dipendere troppo dalle costruzioni e troppo poco dagli investimenti che aumentano davvero la produttività futura.
Il problema, infatti, resta sempre lo stesso: la produttività. L'Istat sottolinea che negli ultimi anni la crescita italiana è stata sostenuta soprattutto dall'aumento dell'occupazione e delle ore lavorate, non da un deciso salto di efficienza, innovazione e qualità produttiva. È una crescita “estensiva”: più persone al lavoro, più ore lavorate, ma non abbastanza valore aggiunto per ora lavorata. Questo significa che il Paese migliora i numeri dell'occupazione, ma non riesce ancora a costruire un motore economico moderno, fondato su ricerca, tecnologie, competenze e capitale immateriale.
Sul lavoro, il Rapporto registra progressi importanti. Nel 2025 il tasso di occupazione raggiunge il 62,5 per cento, oltre tre punti sopra il livello pre-pandemico. Il tasso di disoccupazione scende al 6,1 per cento, quasi quattro punti in meno rispetto al 2019 e ormai allineato alla media europea. È un risultato non trascurabile. Ma il rovescio della medaglia è pesante: l'Italia resta comunque in coda nell'Unione europea per tasso di occupazione, con quasi nove punti in meno rispetto alla media UE27. Inoltre, la crescita del lavoro è trainata soprattutto dagli over 50, mentre giovani e donne continuano a pagare il prezzo più alto.
I divari restano profondi. La distanza tra occupazione maschile e femminile è ancora intorno ai 17 punti percentuali. Quella tra chi ha un alto titolo di studio e chi ha una bassa istruzione supera i 37 punti. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione è migliorato, ma resta lontano dal Nord. Il dato più duro riguarda le giovani donne meridionali: tra le 15-34enni del Mezzogiorno lavora poco più di una su quattro, e tra quelle con basso titolo di studio appena l'8,6 per cento. È qui che la retorica della ripresa incontra il suo limite più evidente.
Il Rapporto racconta anche un'Italia che invecchia e fa sempre meno figli. Nel 2025 la popolazione resta sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente, ma solo perché il saldo migratorio positivo compensa un saldo naturale stabilmente negativo: i nati sono meno dei morti. La denatalità è alimentata sia dalla riduzione delle generazioni in età riproduttiva sia dalla minore propensione ad avere figli. Si diventa genitori sempre più tardi, e cresce la distanza tra il desiderio di genitorialità e la sua effettiva realizzazione.
La fecondità resta bassissima. Nel 2024 il numero medio di figli per donna è pari a 1,18. Tra le laureate e le diplomate scende a 1,12, mentre tra le donne con licenza media arriva a 1,59. L'età media al parto è di 32,6 anni, ma sale a 34,8 anni tra le laureate. Sono numeri che raccontano una realtà nota ma spesso rimossa: in Italia istruzione, lavoro femminile e maternità continuano a essere difficili da conciliare. Più una donna investe in formazione e carriera, più il sistema sembra scaricare su di lei il costo della scelta di avere figli.
Intanto cambia la struttura delle famiglie. Nel biennio 2024-2025 vive da solo il 19,9 per cento della popolazione adulta, pari a 9,9 milioni di persone: più del doppio rispetto a trent'anni fa. Le famiglie unipersonali diventano così una componente centrale della società italiana. Aumentano anche le famiglie monogenitoriali, mentre diminuisce il peso delle coppie con figli. È una trasformazione profonda, che ha effetti sociali enormi: più solitudine, reti familiari più strette, carichi di cura concentrati su meno persone, maggiore esposizione alla vulnerabilità.
La povertà resta una ferita aperta. L'Istat segnala che più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, circa un quarto fatica ad affrontare spese impreviste con risorse proprie e poco meno della metà non è riuscita a risparmiare nell'ultimo anno. La povertà assoluta colpisce soprattutto famiglie numerose, nuclei con minori, stranieri e residenti nel Mezzogiorno. L'insicurezza alimentare diminuisce, ma resta tutt'altro che marginale: nel 2025 il 9,3 per cento della popolazione, circa 5,4 milioni di persone, non può permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. Nel Mezzogiorno la quota sale al 13,2 per cento.
Anche la salute riflette le disuguaglianze sociali e territoriali. Il Rapporto dedica spazio alle differenze nella sopravvivenza, nella mortalità evitabile e nell'accesso alle cure, con particolare attenzione alle aree interne. È un punto cruciale: in Italia non si vive e non ci si cura allo stesso modo ovunque. Il luogo in cui si nasce, il livello di istruzione, il reddito e la distanza dai servizi continuano a condizionare non solo le opportunità economiche, ma anche la durata e la qualità della vita.
Sul capitale umano il giudizio è ambivalente. La spesa pubblica per l'istruzione cresce in valore assoluto, ma resta inferiore alla media europea in rapporto al Pil. Il sistema universitario mostra segnali di espansione, aumentano gli iscritti e cresce anche la presenza di studenti stranieri. Tuttavia, la quota di laureati tra i 25-34enni è ancora troppo bassa: 31,6 per cento nel 2024, contro una media europea del 44,1 per cento. È un ritardo pesante, perché livelli più alti di istruzione si associano a migliori opportunità occupazionali, minore disoccupazione e maggiore qualità del lavoro.
La scuola e l'università non riescono ancora a funzionare come veri ascensori sociali. Il livello di istruzione dei genitori continua a influenzare fortemente i percorsi dei figli, orientando scelte scolastiche, accesso all'università e possibilità di mobilità sociale. Il merito, in questo contesto, rischia di diventare una parola comoda ma incompleta: se il punto di partenza resta così diseguale, anche il traguardo sarà diseguale.
Il quarto capitolo del Rapporto mette al centro la conoscenza come fattore decisivo per l'economia. Qui il giudizio dell'Istat è netto: l'Italia ha fatto progressi nell'istruzione degli occupati, nella digitalizzazione e nelle innovazioni di processo, ma continua a mostrare limiti strutturali nella capacità di trasformare questi avanzamenti in crescita diffusa. Nel 2025 il Pil reale italiano risulta appena dell'1,9 per cento sopra il livello del 2007, mentre Francia, Germania e Spagna registrano nello stesso periodo una crescita vicina al 20 per cento. È un divario enorme, che misura quanta strada sia stata persa in quasi vent'anni.
Le imprese italiane restano molto eterogenee. Una quota limitata mostra alto dinamismo innovativo; la maggioranza si colloca su livelli intermedi o bassi. Le imprese migliori sono più grandi, investono di più in tecnologie e ricerca, impiegano più capitale umano qualificato e operano in contesti produttivi avanzati. Sono anche quelle che registrano produttività più elevata. Il messaggio è semplice: innovazione e competenze non sono ornamenti, ma condizioni materiali della competitività.
Resta debole, in particolare, la Ricerca e Sviluppo. La spesa in R&S intra muros è pari all'1,4 per cento del Pil nel 2023, un valore che colloca l'Italia tra le economie europee a bassa intensità di ricerca. Questo limite riflette la frammentazione del tessuto produttivo e la presenza di pochi grandi soggetti in grado di trainare davvero l'innovazione. In altre parole: il Paese ha molte imprese, ma non abbastanza imprese capaci di investire stabilmente nel futuro.
Sul fronte ambientale, il Rapporto registra alcuni segnali positivi. Si osserva un progressivo disaccoppiamento tra crescita economica e pressione ambientale: consumi energetici ed emissioni si riducono mentre l'economia, pur lentamente, cresce. Pesano l'aumento del ruolo dei servizi e l'introduzione di tecnologie più efficienti. Anche le fonti rinnovabili risultano in espansione. Ma il cambiamento climatico produce effetti sempre più evidenti, soprattutto nelle aree urbane, considerate veri hotspot climatici. La sostenibilità, per l'Istat, non è un capitolo separato: è ormai intrecciata con innovazione, produttività e qualità dello sviluppo.
Il quadro finale è quello di un'Italia sospesa. Da una parte occupazione in aumento, disoccupazione in calo, famiglie che resistono, imprese che in alcuni segmenti innovano, esportazioni che tengono in comparti specializzati. Dall'altra bassa crescita, produttività debole, natalità al minimo, giovani penalizzati, donne ancora frenate, Mezzogiorno distante, povertà persistente, istruzione insufficiente e ricerca troppo fragile.
Il Rapporto Istat 2026 non descrive un Paese fermo. Descrive qualcosa di più complesso: un Paese che si muove, ma troppo lentamente; che assorbe gli urti, ma non cambia passo; che migliora alcuni indicatori, ma lascia intatti molti dei suoi nodi storici. Il punto politico, economico e sociale è tutto qui. L'Italia non ha soltanto bisogno di crescere un po' di più. Ha bisogno di decidere come crescere: con più conoscenza, più lavoro qualificato, più donne e giovani dentro il mercato del lavoro, più ricerca, più servizi, più coesione territoriale. Altrimenti la stabilità rischia di essere scambiata per salute, quando invece può diventare la forma più elegante del declino.
Fonte: www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Rapporto-annuale-2026-Ebook.pdf