Mentre gli italiani fanno i conti con stipendi fermi, bollette sempre più care, trasporti in affanno e un potere d'acquisto che continua a perdere terreno, Matteo Salvini concede un'intervista dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a uno dei tanti quotidiani "amici": il Giornale. Lo fa, non dimenticando i contenuti preminenti del suo incarico: i pomodori coltivati sul terrazzo del ministero che devono essere annaffiati, così come i limoni, il basilico... e soprattutto la finale di Champions League, a cui assistervi abbigliato in maglietta e bermuda.
Ma il problema non è solo l'abbigliamento.
Il problema è che un vicepresidente del Consiglio, invece di rendere conto dei risultati ottenuti dopo quasi quattro anni di governo, preferisce rifugiarsi nella propaganda, nelle semplificazioni e nell'eterna ricerca di un colpevole esterno.
Leggendo l'intervista emerge un dato impressionante: Salvini parla come se fosse il leader di un partito all'opposizione e non un ministro e vicepremier di un governo ancora in carica.
La responsabilità è sempre di qualcun altro.
Di Bruxelles.
Della sinistra.
Degli immigrati.
Degli scioperanti.
Di Zelensky.
Dei sindaci....
Mai sua.
Mai del governo.
Mai della maggioranza che governa il Paese dal 2022.
Il caro vita? Dopo quattro anni la colpa è ancora degli altri
Secondo Salvini il costo della vita sarebbe causato principalmente dalle guerre e da Bruxelels. È la stessa giustificazione che il governo utilizza praticamente per tutto.
Peccato che nel frattempo siano passati quasi quattro anni dal suo insediamento. Quattro anni nei quali l'esecutivo guidato da Meloni non ha realizzato alcuna rivoluzione energetica, non ha accelerato sulle rinnovabili, non ha ridotto la dipendenza dal gas e non ha costruito alcun modello alternativo capace di proteggere famiglie e imprese dai rincari.
E adesso che è alle prese con una crisi energetica , tra l'atro causata dagli "amici" Trump e Netanyahu, il governo pretende di farvi fronte chiedendo all'Ue il permesso di derogare alle regole del patto di stabilità, approvato dalla stessa Meloni.
Ma se il costo dell'energia resta elevato, se le bollette continuano a pesare sui bilanci familiari e se la crescita economica rimane tra le più deboli d'Europa, la responsabilità non può essere sempre e soltanto di qualcun altro. Prima o poi chi governa dovrebbe prendersi la responsabilità di cosa non ha fatto.
Ucraina: l'equidistanza che assolve l'aggressore
Salvini sostiene che né Putin né Zelensky starebbero lavorando per la pace. È una posizione che continua a ignorare un dato fondamentale: l'invasione dell'Ucraina è stata decisa dalla Russia.
Non da Kiev. Non da Bruxelles. Non dalla NATO. Da Mosca!
Criticare la gestione del conflitto è legittimo. Ma mettere sullo stesso piano chi invade e chi viene invaso significa distorcere la realtà dei fatti.
Dopo anni di guerra, Salvini continua a proporre una visione nella quale l'aggressore e l'aggredito finiscono sostanzialmente per condividere le stesse responsabilità. Una lettura che può funzionare nei talk show, ma che non regge all'analisi dei fatti.
E un ministro della Repubblica dovrebbe avere il dovere di descrivere la realtà per quella che è, non per quella che conviene politicamente.
Sicurezza: dopo anni di propaganda i problemi sono ancora tutti lì
Salvini rivendica nuove norme contro la criminalità giovanile e l'uso dei coltelli.
Ma dopo quattro anni di governo la domanda resta semplice: i cittadini si sentono più sicuri?
I dati delle cronache quotidiane raccontano un Paese in cui non si contano più aggressioni, violenze e fenomeni di disagio giovanile che continuano a manifestarsi con preoccupante frequenza.
Il ministro continua a individuare nella sinistra il nemico ideale, ma evita di spiegare perché, dopo quasi quattro anni di governo della destra, i problemi che denuncia continuano a esistere.
Perché? Perché la sicurezza non si costruisce soltanto aumentando pene e repressione. Richiede investimenti in scuola, servizi sociali, prevenzione, integrazione e riqualificazione urbana.
Temi che nell'intervista non vengono neppur vagamente citati.
La deriva sull'Islam
La parte più grave dell'intervista è probabilmente quella dedicata all'Islam.
Salvini arriva a sostenere che "l'Islam politico non è in Europa per integrarsi ma per occupare, conquistare e sottomettere". Una menzogna enorme. Milioni di cittadini musulmani vivono, lavorano e pagano le tasse in Europa rispettando le leggi democratiche.
Confondere l'estremismo jihadista con la comunità islamica - che tra l'altro è rimasta pure vittima dell'estremismo jihadista - significa alimentare paure e tensioni sociali anziché combattere il radicalismo.
La lotta al terrorismo richiede intelligence, cooperazione internazionale, monitoraggio dei soggetti radicalizzati e integrazione efficace. Non slogan identitari. Non campagne permanenti contro intere comunità religiose.
Quella di Salvini è una semplificazione che può generare applausi nelle convention di partito ma che non aiuta minimamente a contrastare il radicalismo. Anzi, finisce per alimentare paure, tensioni e divisioni.
Un ministro dovrebbe unire il Paese, non trasformare intere comunità religiose in un bersaglio politico permanente.
Immigrazione: il trionfalismo che nasconde il fallimento
Salvini rivendica il calo degli sbarchi, ma evita accuratamente di parlare di ciò che accade dentro il Paese.
L'Italia è una delle nazioni più vecchie del mondo. Le imprese denunciano carenza di lavoratori. Gli ospedali cercano personale. L'agricoltura cerca manodopera. L'edilizia cerca operai...
Interi settori economici sopravvivono grazie al lavoro degli immigrati. Di tutto questo nell'intervista non c'è traccia... com del mezzo milione di cui il governo ha richiesto la presenza in Italia!
Perché è molto più semplice costruire consenso sulla paura che affrontare la complessità della realtà.
Treni e trasporti: i cantieri non possono essere una scusa eterna
Salvini rivendica record di cantieri, record di investimenti, record di treni, mentre milioni di pendolari sperimentano ogni giorno ritardi, cancellazioni, sovraffollamento e disservizi.
Che esistano molti cantieri è vero. Che siano necessari è vero. Ma usare i cantieri come giustificazione universale per qualsiasi problema ferroviario è diventato il rifugio retorico del ministro.
La domanda politica non è quanti cantieri siano aperti. La domanda è se il servizio stia migliorando in misura percepibile per gli utenti.
Ed è difficile sostenere che la percezione diffusa dei viaggiatori coincida con l'entusiasmo ministeriale.
Il Ponte sullo Stretto: il monumento alla propaganda infinita
Naturalmente non poteva mancare il Ponte sullo Stretto, progetto simbolo della politica salviniana.
Da mesi, ormai, il progetto viene presentato come imminente. Da mesi vengono annunciate svolte decisive. Da mesi si susseguono dichiarazioni trionfali... nonostante la Corte dei Conti abbia chiarito che l'opera debba essere nuovamente passare da una gara d'appalto... senza tener conto delle problematiche infrastrutturali.
Tutto questo mentre Sicilia e Calabria continuano ad avere collegamenti ferroviari che spesso sembrano appartenere a un'altra epoca. Mentre il ministro sogna l'opera più spettacolare del mondo, centinania di migliaia di cittadini attendono ancora infrastrutture normali, funzionanti, efficienti, moderne...inosomma, quelle che servono e che Savini e il governo non riescono a garantire.
Il grande assente: il bilancio del governo Meloni
L'aspetto più sorprendente dell'intervista non è solo ciò che Salvini dice: è ciò che non dice. Non una parola sull'aumento del debito pubblico, non una parola sulla stagnazione salariale, non una parola sulla fuga dei giovani all'estero, non una parola sulle liste d'attesa nella sanità, non una parola sul declino demografico, non una parola sui risultati concreti della legislatura.
Dopo quasi quattro anni di governo, Salvini continua a parlare come se fosse ancora in campagna elettorale. Ma governare non significa indicare continuamente dei colpevoli. Significa assumersi delle responsabilità.
Ed è proprio questo il punto più ridicolo dell'intera intervista, effettuata non certo da un giornalista, quanto da un miserabile propagandista probabilmente iscritto all'ordine dei giornalisti, visto che non ha avuto nulla da obiettare agli sproloqui del ministro, accettando come verità le miserabili menzogne da lui snocciolate una via l'altra.
Infatti, tra i pomodori da annaffiare, le partite da guardare e le accuse all'Europa, manca una cosa fondamentale: la consapevolezza che chi parla non è un commentatore televisivo, è uno dei due vicepresidenti del Consiglio.


