L’effetto referendum scuote il governo, ma non basta. Non può bastare.
Le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, sollecitate da Giorgia Meloni, rappresentano un segnale politico più rivolto a Fratelli d’Italia che urbi et orbi e stigmatizzano il clima di tensione e di resa dei conti che attraversa l’esecutivo. Ma fermarsi qui significherebbe non comprendere la reale portata del messaggio arrivato dalle urne.
Perché ciò che gli italiani hanno espresso non è soltanto una richiesta di responsabilità personale o di “decoro istituzionale”. È qualcosa di molto più profondo: è una domanda di cambiamento concreto, quotidiano, tangibile. È il rifiuto di una politica che si esaurisce nelle dinamiche di palazzo mentre fuori, nel Paese reale, le priorità restano irrisolte.
L’Italia continua a essere il fanalino di coda in Europa per le retribuzioni. Non è più tollerabile. Il lavoro ha perso valore, potere d’acquisto, dignità. Il referendum – qualunque fosse il suo oggetto formale – è diventato il contenitore di un malessere diffuso: milioni di persone chiedono stipendi più alti, adeguati al costo della vita, capaci di restituire prospettiva a intere generazioni.
Lo stesso vale per il tema delle pensioni. Il superamento della Legge Fornero non può restare uno slogan elettorale. Riportare l’età pensionabile a 65 anni, o comunque introdurre meccanismi più flessibili e giusti, è una richiesta che nasce da una realtà evidente: non tutti i lavori sono uguali, non tutte le vite lavorative sono sostenibili fino a soglie sempre più avanzate.
Poi c’è la sanità, forse il punto più sensibile. Liste d’attesa interminabili, personale insufficiente, cittadini costretti a rivolgersi al privato o a rinunciare alle cure. Qui il referendum diventa un grido: servono più risorse, ma soprattutto una riorganizzazione efficace. Non è più rinviabile.
E infine la sicurezza. Le città sono percepite come meno sicure, i cittadini chiedono presenza, prevenzione, controllo. Non slogan, ma politiche strutturate che restituiscano fiducia nello spazio pubblico.
È su questi terreni che si misura davvero l’“effetto referendum”. Non nelle dimissioni, pur necessarie, né nelle schermaglie tra maggioranza e opposizione, da Giuseppe Conte a Carlo Nordio. Il rischio, altrimenti, è quello di scambiare un terremoto politico per una semplice scossa di assestamento.
Il voto popolare ha aperto una crepa. Sta alla politica decidere se allargarla in una direzione riformatrice oppure richiuderla con le solite logiche difensive. Ma una cosa è chiara: gli italiani non si accontentano più di teste che cadono, né di riforme di facciata tra leggi elettorali e premierati: vogliono risposte concrete, e le vogliono subito!


