Giusy Bartolozzi ha ammesso ciò che già era evidente: la riforma della Giustizia serve solo a togliere di mezzo la magistratura... Nordio conferma!
A volte la verità sfugge dalle labbra di chi detiene il potere. E quando accade, per quanto si tenti di rimediare con scuse e giustificazioni, quella verità resta lì, nuda e brutale.
“Bisogna votare sì per togliere di mezzo la magistratura. È un plotone di esecuzione.”
Sono parole di una gravità inaudita, perché pronunciate non da un commentatore da talk show, non da un militante arrabbiato sui social, ma da Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia. Una delle figure più vicine al vertice del dicastero che dovrebbe garantire l'equilibrio e il rispetto delle istituzioni ed il cui ministro è firmatario della riforma costituzionale, oggetto del prossimo referendum confermativo!
La frase è stata pronunciata durante la trasmissione “Il Punto” sull’emittente siciliana Telecolor nel corso di un dibattito sul referendum sulla giustizia.
In quella frase c'è tutto. Non una semplice polemica politica, ma una confessione. Il vero obiettivo della riforma della giustizia che la destra chiede di approvare con il referendum: togliere di mezzo la magistratura. Non riformarla. Non migliorarla. Non correggerne gli errori. Toglierla di mezzo.
Di fronte allo scandalo, qualcuno ha provato a sostenere che si trattasse di una frase infelice, sfuggita in un momento di eccesso. Che non rappresentasse la posizione del governo. Ma le parole del ministro Carlo Nordio, invece di chiudere la vicenda, l'hanno resa ancora più grave.
Prima ha annunciato che Bartolozzi si sarebbe scusata. Poi, quasi a voler ridimensionare il caso, ha aggiunto che la dirigente si riferiva solo a una parte della magistratura.
Come se questo rendesse la frase meno inaccettabile.
Come se fosse normale che chi governa definisca “plotone di esecuzione” anche solo una parte dei magistrati. Come se fosse legittimo trattare una componente fondamentale dello Stato come un nemico da eliminare.
Qui non siamo più nel terreno della polemica politica. Qui siamo davanti a qualcosa di molto più inquietante: la delegittimazione sistematica del potere giudiziario.
In una democrazia liberale la magistratura non è un ostacolo da rimuovere. È uno dei pilastri dello Stato. È il potere che controlla la legalità dell'azione politica. È l'argine che impedisce al potere di diventare arbitrio.
Per questo attaccarla non è una semplice strategia politica: è un progetto di potere.
Quando si dice che la magistratura è un “plotone di esecuzione”, si costruisce nell'opinione pubblica l'idea che i giudici siano nemici del popolo. Che le sentenze siano vendette. Che le indagini siano persecuzioni.
È il passaggio classico con cui ogni democrazia viene lentamente svuotata: prima si delegittima chi controlla il potere, poi si cerca di ridurne l’autonomia, infine si tenta di piegarlo alla politica.
Per questo le scuse non bastano. Bartolozzi dovrebbe dimettersi. E con lei dovrebbe dimettersi Nordio, che invece di prendere le distanze ha provato a minimizzare.
Ma siccome è evidente che nessuno di loro ha intenzione di lasciare la poltrona, la risposta non può che arrivare dai cittadini.
La destra vuole una magistratura più debole, più controllabile, più docile.
Vuole togliere di mezzo chi può indagare sul potere politico.
Vuole, in sostanza, le mani libere.
E allora il voto diventa qualcosa di più di una scelta tecnica su una riforma. Diventa una scelta sul futuro della democrazia.
Se davvero qualcuno pensa che la magistratura sia un “plotone di esecuzione”, il problema non sono i giudici. Il problema è chi governa.