Il governo annuncia l'ennesimo "pacchetto sicurezza". Tono muscolare, parole d'ordine rassicuranti, bandiere identitarie... Ma sotto la vernice, il contenuto è debole, ridondante e in larga parte inutile rispetto alla legislazione già esistente. Un'operazione più politica che giuridica, più comunicativa che efficace.
Il cosiddetto fermo preventivo viene presentato come una svolta. In realtà è una misura già concettualmente prevista dall'ordinamento: l'accompagnamento in ufficio e la temporanea limitazione della libertà personale esistono da decenni, ma sono rigidamente vincolate a presupposti e controlli. La novità viene "edulcorata" dopo il confronto col Quirinale: il pericolo deve essere "concreto", il pubblico ministero deve essere avvisato subito e può ordinare il rilascio immediato. Traduzione: non cambia la sostanza, si ribadisce ciò che già era imposto dalla Costituzione e dal codice di procedura penale. L'effetto reale non è giuridico, è simbolico: far passare l'idea di uno Stato più duro, anche quando gli strumenti c'erano già.
La misura-bandiera è la possibilità, durante le manifestazioni, di "accompagnare negli uffici" e trattenere fino a 12 ore persone ritenute un "concreto pericolo" per il pacifico svolgimento dell'evento, con "immediata notizia" al pubblico ministero che può ordinarne il rilascio.
Nel codice di procedura penale già esiste l'articolo 349 che consente alla polizia giudiziaria di trattenere una persona per il tempo strettamente necessario e comunque non oltre dodici ore (con ipotesi di estensione a 24 ore in casi specifici e previo avviso al PM).
Cosa cambia allora? Cambia la narrazione: non più un istituto legato all'identificazione, ma un "fermo preventivo" cucito sulle piazze, con la parola "prevenzione" che suona bene nei talk show. E infatti l'unica limatura davvero "politica" arrivata dopo il Quirinale è lessicale ("pericolo concreto", non deducibile solo da caschi/strumenti) e procedurale (avviso al PM esplicitato).
Il punto però resta: se lo Stato aveva già strumenti per identificare e, quando serve, limitare la libertà per un tempo circoscritto e controllato, l'"innovazione" è soprattutto un modo per spostare l'asse: dal reato (o dall'accertamento) alla valutazione preventiva di "pericolosità" in contesto di piazza. Il rischio è evidente: trasformare l'ordine pubblico in un terreno di selezione anticipata dei "soggetti problematici", più che di repressione di condotte realmente illecite.
Stesso copione per lo scudo penale. Non c'è nessuna immunità vera, nessuna deroga alla responsabilità penale. Se la legittima difesa "appare evidente", non si viene iscritti nel registro degli indagati, ma in un registro parallelo con "annotazione preliminare", mantenendo tutte le garanzie previste per gli indagati.
L'inchiesta deve comunque partire, gli atti vanno fatti, la Procura deve comunque verificare. Ma si evita la parola "indagato", considerata un marchio infamante. È una riforma di cosmetica giudiziaria: non accelera la giustizia, non "protegge" davvero se non sul piano dell'immagine, e soprattutto manda un messaggio politico chiarissimo — "noi stiamo con chi spara" — usando il diritto penale come megafono.
In più, l'aggettivo "evidente" è l'ennesimo paravento: chi decide cos'è "evidente" nelle prime ore? Proprio quegli uffici (Procure) che, per definizione, devono accertare prima di concludere. Il risultato pratico è una norma che rischia di produrre contenzioso procedurale e polemiche, non chiarezza.
È un gioco di etichette, non di diritto. Cambia la forma, non la sostanza. Serve solo a evitare la parola "indagato", considerata politicamente tossica. Giuridicamente, non cambia nulla: le indagini si fanno comunque, le responsabilità si accertano comunque, i diritti restano gli stessi. Ma mediaticamente il messaggio è potente: "proteggiamo chi spara". Propaganda pura.
Anche la stretta sui coltelli segue la stessa logica: nuovo reato, nuove pene, nuova fattispecie. Peccato che il porto d'armi improprie, il porto ingiustificato di oggetti atti a offendere e le aggravanti siano già ampiamente disciplinati dal codice penale e dal TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza).
"Chiunque, senza giustificato motivo, porta fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, strumenti dotati di lama affilata o appuntita eccedente in lunghezza i centimetri otto, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni". Se il responsabile è un minorenne, è prevista una multa da 200 a 1.000 euro a carico dei genitori. Ai minori non potranno essere nemmeno "venduti o ceduti in qualsiasi altro modo strumenti da punta o da taglio atti a offendere".
La vera novità è l'ennesimo micro-reato su misura, con centimetri e categorie, che aumenta l'illusione di controllo e rischia di trasformarsi nell'ennesimo terreno di discrezionalità e disparità applicativa (chi, dove, come, "giustificato motivo").
Si moltiplicano i reati, si appesantisce il sistema, si creano sovrapposizioni normative senza risolvere il problema reale: controlli, prevenzione, presenza sul territorio. Il diritto penale viene usato come megafono, non come strumento.
Infine la nuova fattispecie di "rapina aggravata commessa da gruppi organizzati" con pene da 10 a 25 anni, descritta con immagini quasi letterarie ("che scorre in armi le campagne o le pubbliche vie").
Come si legge nella norma, si tratta della rapina commessa "in danno di istituti di credito, uffici postali, sportelli automatici, veicoli adibiti al trasporto di valori o locali attrezzati per il deposito e la custodia di valori, da un gruppo organizzato che scorre in armi le campagne o le pubbliche vie".
Qui la domanda è semplice: era davvero questo il buco? O è un'altra norma "manifesto", pensata per dire "abbiamo alzato le pene" anche quando il sistema già prevede aggravanti e strumenti repressivi severi per rapine organizzate e armate?
Mettendo insieme i pezzi, la traiettoria è chiara: il governo non sta costruendo una politica sulla sicurezza, sta costruendo una campagna propagandistica permanente:
Dove esistono già poteri (trattenimento per identificazione), li si rinomina e li si "piazzalizza".
Dove esistono già indagini e verifiche (legittima difesa/uso legittimo delle armi), si interviene sull'immagine ("non chiamatelo indagato").
Dove esistono già reati (porto ingiustificato di lame/oggetti offensivi), si moltiplicano le fattispecie in base ai "centimetri".
Dove la repressione è già dura (rapine armate e organizzate), si scrive una norma che sembra fatta per una conferenza stampa.
E così la "sicurezza" diventa ciò che conviene in quel momento: una parola d'ordine da agitare dopo gli scontri di Torino, più che un progetto serio basato su norme efficaci, risorse, prevenzione e giustizia che funziona davvero.
La premier della Garbatella, la camerata Meloni Giorgia (presente), ha commentato così l'ennesimo, inutile e ridicolo provvedimento propaganda di un governo di incapaci incapace di rispondere ai bisogni del Paese:
"Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato nuovi provvedimenti in materia di sicurezza. Non sono misure spot, ma un ulteriore tassello della strategia che questo Governo porta avanti fin dal suo insediamento.In questi anni abbiamo costruito un impianto chiaro: difendere i cittadini e mettere le Forze dell'ordine nelle condizioni di lavorare meglio e con maggiori tutele. È lo stesso percorso che ci ha portato a rafforzare con diverse misure la protezione dei cittadini e della legalità, a contrastare il crimine organizzato, ad aumentare le pene per chi aggredisce uomini e donne in divisa, ad assumere quasi 40 mila operatori e rinnovare contratti rimasti bloccati per anni, con risorse mai stanziate prima.Con i provvedimenti approvati oggi rafforziamo gli strumenti per prevenire e combattere la criminalità diffusa.Rafforziamo la possibilità di allontanare soggetti pericolosi dalle aree più a rischio delle città.Introduciamo pene più severe per i borseggiatori, con il furto per destrezza che diventa procedibile d'ufficio e la cancellazione del paradosso di finire indagato per sequestro di persona se fermi un ladro che ti ha appena derubato in attesa delle Forze dell'ordine.Ci occupiamo anche del fenomeno delle baby gang, con una stretta sui coltelli e il divieto di vendere ai minori ogni strumento atto ad offendere.Introduciamo inoltre strumenti specifici per prevenire la presenza e l'azione di gruppi organizzati dediti alla violenza, che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare e che utilizzano le piazze come pretesto per creare disordini e distruzione.Infine, una norma estremamente importante: se ti sei legittimamente difeso, non vieni automaticamente iscritto nel registro degli indagati, pur mantenendo tutte le tutele previste dalla legge.Continuiamo così ad aggiungere tasselli a un disegno preciso: uno Stato che non gira la testa dall'altra parte, che difende chi ci difende e che restituisce sicurezza e libertà ai cittadini".


