Esteri

Le prove ci sono: Israele pubblica i propri abusi mentre il mondo sta a guardare

Nella complessa rete del diritto internazionale, una delle sfide più ardue è da sempre rappresentata dal reperimento di prove inconfutabili che dimostrino non solo l'atto criminale, ma la chiara intenzionalità politica alle sue spalle.
Nel caso del conflitto israelo-palestinese, tuttavia, si sta assistendo a un paradosso senza precedenti storici: lo Stato che siede sul banco degli imputati è il medesimo che, forte di decenni di sostanziale impunità, produce, archivia e diffonde le prove principali della propria condotta.

L'ultimo emblematico episodio di questa tendenza è il video diffuso dal Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, in cui le forze di sicurezza dello Stato abusano apertamente degli attivisti occidentali della flottiglia Sumud che tentavano di forzare il blocco di Gaza.

La disinvoltura con cui un membro di primo piano del governo ha pubblicato tali immagini denota una totale assenza di timore verso possibili ripercussioni legali o politiche.
Questo specifico filmato non rappresenta un evento isolato, bensì l'estensione coreografica di una prassi istituzionalizzata, ampiamente documentata da organizzazioni per i diritti umani e agenzie internazionali, che spazia dalle violenze sistemiche nei centri di detenzione come Sde Teiman fino all'uccisione mirata di operatori umanitari e giornalisti, tra cui la reporter Shireen Abu Akleh.

La portata di questo fenomeno è stata analizzata a livello globale da giuristi ed esperti di geopolitica, i quali concordano sul fatto che l'esibizione pubblica della violenza stia sgretolando lo scudo diplomatico di Israele.
A tal proposito, il politologo e studioso israeliano Menachem Klein ha evidenziato come le istituzioni, il discorso pubblico e l'apparato mediatico del Paese stiano progressivamente convergendo verso la normalizzazione di una violenza sistemica, delineando i tratti di una società che non sente più il bisogno di celare le proprie azioni più estreme.
Questa ostentazione mediatica da parte di ministri, soldati e coloni ha finito per produrre un boomerang giudiziario di proporzioni storiche.
Gran parte del monumentale fascicolo d'accusa presentato dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia per l'ipotesi di genocidio non si basa infatti su indagini clandestine o soffiate di intelligence, ma è costituito proprio dalle dichiarazioni pubbliche di esponenti politici, dai video celebrativi pubblicati su TikTok dai soldati in prima linea e dalle interviste televisive rilasciate da analisti e militari israeliani.

L'impatto di questa strategia comunicativa basata sull'impunità sta minando le fondamenta stesse delle storiche alleanze occidentali dello Stato ebraico. Le reazioni internazionali al video diffuso da Ben-Gvir sono state immediate e trasversali: governi tradizionalmente vicini a Tel Aviv, tra cui Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi, hanno convocato d'urgenza gli ambasciatori israeliani per esprimere formale condanna.

L'indignazione delle opinioni pubbliche occidentali sta trasformando il sostegno incondizionato a Israele in un pesante costo politico ed elettorale, specialmente negli Stati Uniti.
Persino all'interno dell'establishment di Gerusalemme, figure di orientamento moderato come Benny Gantz e Gideon Saar hanno aspramente criticato l'operato del Ministro della Sicurezza, accusandolo di infliggere un danno strategico incalcolabile alla reputazione e alla sicurezza nazionale del Paese.

Un sistema di potere fondato sull'impunità cronica finisce inevitabilmente per perdere la capacità di nascondere le proprie colpe; nel momento in cui l'abuso viene filmato e celebrato come una vittoria politica, diventa impossibile per il resto del mondo continuare a girare lo sguardo altrove.

Non a caso, il procedimento legale avviato dal Sudafrica contro lo Stato di Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell'Aia, formalizzato il 29 dicembre 2023 con l'accusa di violazione della Convenzione sul Genocidio del 1948, rappresenta una svolta radicale nella giurisprudenza internazionale.

Storicamente, i tribunali internazionali hanno faticato a dimostrare l'elemento soggettivo del reato di genocidio, ovvero il "dolo speciale" (dolus specialis), inteso come l'intenzione deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Nel caso di Gaza, tuttavia, la strategia legale del Sudafrica ha sfruttato una mole senza precedenti di dichiarazioni pubbliche rilasciate dalle massime autorità politiche e militari israeliane, trasformando la retorica bellica ufficiale nella colonna portante dell'atto d'accusa.

Tra le prove documentali esaminate e ammesse dalla Corte spiccano le parole del Primo Ministro Benjamin Netanyahu del 28 ottobre 2023, che ha richiamato il mito biblico di Amalek («ricorda ciò che Amalek ti ha fatto»), un passo tradizionalmente associato allo sterminio totale di un popolo.
Accanto a questa, la CIG ha registrato la dichiarazione del Ministro della Difesa Yoav Gallant del 9 ottobre 2023, incentrata sull'imposizione di un «assedio completo» a Gaza in quanto la lotta era diretta contro «animali umani» e anche l'affermazione del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, sostenendo che «quando diciamo che Hamas dovrebbe essere distrutta, si intendono anche coloro che celebrano, coloro che sostengono e coloro che distribuiscono dolci: sono tutti terroristi».

Questa convergenza tra l'intento dichiarato dall'alto e l'azione eseguita dal basso ha trovato un riscontro scientifico nella proliferazione di contenuti generati dagli stessi soldati israeliani sulle piattaforme social, in particolare TikTok, Instagram o Telegram, poi raccolti e sottoposti ad una complessa procedura di validazione scientifica guidata dai protocolli della Open Source Intelligence (OSINT) e dell'architettura forense..

Nel caso del conflitto israelo-palestinese, stiamo assistendo a un paradosso senza precedenti storici: lo Stato che siede sul banco degli imputati è il medesimo che, forte di decenni di sostanziale impunità, produce, archivia e diffonde le prove principali della propria condotta.
E, paradosso nel paradosso, mentre tribunali e pubblica opinione prendono atto delle 'prove' fornite, i media e i governi sembrano a dir poco distratti.

Autore scienzenews
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