Saint Paul (Minnesota) – Paura, vergogna e disperazione. Sono le parole con cui ChongLy Thao, 56 anni, cittadino statunitense naturalizzato, descrive quanto accaduto domenica mattina nella sua abitazione in Minnesota, quando agenti federali dell'ICE hanno sfondato la porta di casa con le armi spianate, lo hanno ammanettato e trascinato all'esterno nella neve, mentre indossava solo boxer e sandali.

Thao, conosciuto da amici e familiari come Scott, è nato in Laos ed è arrivato negli Stati Uniti nel 1974 all'età di quattro anni. È diventato cittadino americano nel 1991. Nonostante ciò, è stato fermato e trattenuto senza spiegazioni. È stato riaccompagnato a casa solo più tardi, nella stessa giornata di domenica, senza scuse né chiarimenti ufficiali.

«Stavo pregando. Dicevo: Dio, aiutami, non ho fatto niente di male. Perché mi fanno questo? E senza vestiti», ha raccontato Thao a Reuters il giorno successivo, mentre alcuni operai riparavano la porta sfondata della sua abitazione.

Le immagini dell'uomo avvolto in una coperta, quasi nudo, si sono rapidamente diffuse sui social media. Le foto hanno alimentato le critiche contro le modalità operative delle forze federali, accusate di eccessi nell'ambito della nuova stretta sull'immigrazione voluta dal presidente Trump. Nell'area di Minneapolis sono stati dispiegati circa 3.000 agenti.

La famiglia di Thao ha definito l'operazione «inutile, umiliante e profondamente traumatizzante». Domenica, a Saint Paul, la temperatura massima non ha superato i meno 10 gradi Celsius.

Il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) ha dichiarato che l'intervento era finalizzato alla ricerca di due criminali condannati e che un cittadino americano presente nell'abitazione si sarebbe rifiutato di sottoporsi a identificazione tramite impronte digitali e riconoscimento facciale, motivo per cui sarebbe stato fermato. Secondo la portavoce Tricia McLaughlin, Thao «corrispondeva alla descrizione dei sospettati» e la detenzione sarebbe rientrata nei protocolli standard di sicurezza.

Il DHS ha successivamente diffuso manifesti di ricerca per due uomini di origine laotiana, soggetti a ordini di espulsione. Uno dei due aveva in passato vissuto nella stessa casa, ma si era trasferito da tempo. Secondo fonti vicine alla famiglia, si tratterebbe dell'ex marito di una parente di Thao.

Venerdì scorso, un giudice federale del Minnesota, Katherine Menendez, ha emesso un'ingiunzione che limita alcune tattiche aggressive dell'amministrazione Trump, ritenute potenzialmente intimidatorie nei confronti dei cittadini e capaci di scoraggiare l'esercizio dei diritti costituzionali. Tra queste, l'uso di armi puntate, spray urticanti e arresti intimidatori. L'amministrazione ha già annunciato ricorso.

Thao ha raccontato che stava cantando al karaoke quando ha sentito un forte rumore alla porta. Lui e i familiari si sono rifugiati in una stanza da letto, dove sono stati raggiunti dagli agenti. Mentre cercava i documenti, è stato scortato fuori casa senza poter indossare altri vestiti. Per coprirsi, ha usato la coperta con cui dormiva il nipote di quattro anni.

Dopo essere stato fotografato e sottoposto a rilievi dattiloscopici all'interno di un veicolo, è stato rilasciato e riportato a casa.

«Siamo venuti qui per un motivo: avere un futuro migliore, un posto sicuro dove vivere», ha detto Thao. «Se questa è l'America che diventa realtà, allora cosa ci facciamo qui? Perché siamo qui?»

Il caso riaccende il dibattito sui limiti dell'azione delle forze federali e sulle conseguenze concrete delle politiche migratorie più aggressive, anche nei confronti di cittadini statunitensi a tutti gli effetti.


Promemoria per i fascisti italioti che inneggiano a Trump: sicuri di voler essere alleati e "amici" di un delinquente che permette simili oscenità, per nulla diverse da ciò che farebbe la polizia politica di un qualunque regime dittatoriale?