"Joint local statement of diplomatic missions in Jerusalem and Ramallah (Paesi firmatari: 🇧🇪 🇨🇦 🇩🇰 🇪🇺 🇮🇪 🇫🇮 🇫🇷 🇱🇹 🇳🇱 🇳🇴 🇵🇹 🇪🇸 🇬🇧 🇸🇪 🇨🇭) on increasing violence against Palestinians in the West Bank. We strongly condemn increasing settler terror and violence by the israelian security forces inflicted upon palestinian communities.We are especially appalled by the killings of Palestinians over these past weeks. This violence by settler militias, aimed at taking over land and creating a coercive environment, forcing Palestinians to leave their homes, must end.We call upon Israeli authorities to prevent and prosecute the lethal violence, raids and attacks. Israel has an obligation as the occupying power to protect Palestinian communities". (fonte: x.com/EUpalestinians/status/2035268562172965072)
Una denuncia chiara, dura, inequivocabile. E probabilmente inutile.
Si tratta della dichiarazione congiunta della European Union Delegation to the Palestinians, sottoscritta da numerose missioni diplomatiche europee insieme a Regno Unito e Canada, accende i riflettori su un'escalation ormai quotidiana: la violenza crescente dei coloni ebrei israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania. Un'escalation che, secondo i firmatari, avviene con il coinvolgimento diretto o l'inerzia delle forze di sicurezza israeliane.
Il testo non usa mezzi termini. Parla esplicitamente di “terrorismo dei coloni” e condanna le uccisioni di civili palestinesi avvenute nelle ultime settimane. Denuncia raid, attacchi e un clima coercitivo costruito deliberatamente per costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Un processo che, nella sostanza, equivale a una progressiva annessione di fatto.
Il cuore politico della dichiarazione è altrettanto netto: Israele, in quanto potenza occupante, ha l'obbligo giuridico di proteggere la popolazione civile palestinese. Non solo non lo sta facendo, ma – è l'accusa implicita – sta permettendo che la violenza si trasformi in strumento sistematico di pressione territoriale.
Colpisce, in questo contesto, l'assenza dell'Italia. Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha sottoscritto il documento, distinguendosi da una larga parte dei partner europei e occidentali. Una scelta politica che pesa, soprattutto perché arriva in un momento in cui il diritto internazionale viene evocato con forza – ma applicato con estrema selettività.
E qui sta il punto centrale.
Perché questa dichiarazione, per quanto dura, rischia di restare lettera morta. Non annuncia sanzioni, non prevede misure concrete, non indica conseguenze. È l'ennesimo richiamo formale a norme che vengono sistematicamente violate senza che ciò produca effetti reali.
Nel frattempo, sul terreno, la situazione continua a deteriorarsi. Gli attacchi dei coloni ebrei proseguono, le comunità palestinesi restano esposte alle violenze, e l'assenza di responsabilità alimenta un senso di impunità sempre più radicato. Quando la condanna internazionale non si traduce in azione, diventa parte del problema: legittima di fatto ciò che dichiara di voler fermare.
Il paradosso è evidente. L'Occidente si presenta come garante del diritto internazionale, ma mostra tutta la sua debolezza – o la sua ambiguità – quando si tratta di farlo rispettare davvero. Le parole si moltiplicano, le conseguenze no.
Così, mentre le diplomazie firmano documenti e invocano obblighi giuridici, sul campo la realtà segue un'altra logica: quella della forza, dell'occupazione e dell'assenza di sanzioni.
Ed è proprio questa distanza tra principi proclamati e assenza di azioni che rende dichiarazioni come questa, per quanto importanti, tragicamente insufficienti, se non addirittura inutili.


