Rafforzare l’organizzazione e la dotazione tecnologica degli studi dei medici di famiglia permetterebbe di ridurre fino a un terzo gli invii a visite specialistiche ed esami di secondo livello, alleggerendo in modo concreto le liste d’attesa e migliorando la presa in carico dei pazienti. È quanto emerge da due indagini condotte da Ipsos Doxa in collaborazione con la Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), una rivolta ai cittadini e l’altra ai medici di famiglia.

Lo studio più recente, realizzato a fine 2025 su un campione di 1.170 medici di medicina generale distribuiti su tutto il territorio nazionale, fotografa una situazione chiara: oggi circa metà degli accessi negli studi dei medici di famiglia si risolve senza la necessità di ricorrere a esami diagnostici o visite specialistiche esterne. L’altra metà dei casi, invece, richiede prescrizioni che il paziente deve poi prenotare ed effettuare fuori dallo studio del proprio medico.

«Si tratta di un valore medio – spiega Paolo Misericordia, responsabile del Centro Studi Fimmg – ma il dato mostra chiaramente quanto margine di miglioramento esista, se solo la medicina generale fosse messa nelle condizioni di lavorare meglio».

L’analisi evidenzia infatti una forte eterogeneità tra i professionisti. Secondo Andrea Scavo, di Ipsos Doxa, il 51% dei medici riesce a gestire autonomamente tra il 40% e il 70% degli accessi, un terzo rimane sotto il 40%, mentre solo il 16% supera il 70% di risoluzione diretta dei casi. «Il dato più interessante – sottolinea Scavo – è però il potenziale di crescita legato alla disponibilità di risorse organizzative e diagnostiche».

Alla domanda su cosa renderebbe più efficace il proprio ruolo, il 55% dei medici indica la possibilità di dedicare più tempo alle visite. Subito dopo emergono la disponibilità di strumentazione diagnostica di primo livello nello studio – come esami del sangue, elettrocardiogrammi, spirometrie ed ecografie generaliste – citata dal 52% degli intervistati, e la presenza di personale di supporto, come infermieri, fisioterapisti o psicologi (38%). Meno prioritari, ma comunque rilevanti, risultano la compresenza di specialisti pubblici (29%) e l’uso della telemedicina (27%).

Secondo le stime dell’indagine, dotare gli studi di medicina generale di apparecchiature diagnostiche e personale dedicato permetterebbe di aumentare la capacità di gestione autonoma degli accessi dal 50% attuale a circa il 67%. Un salto significativo, che si tradurrebbe in una drastica riduzione degli invii verso il secondo livello di assistenza.

Una visione condivisa anche dai cittadini. In una precedente indagine Ipsos Doxa–Fimmg condotta nella primavera scorsa, i pazienti hanno indicato proprio la possibilità di effettuare esami diagnostici direttamente nello studio del medico di famiglia come l’innovazione con il maggiore impatto positivo, seguita dalla presenza di specialisti pubblici sul territorio.

«I dati parlano chiaro – conclude Alessandro Dabbene, vicesegretario nazionale Fimmg – con una medicina generale più organizzata si potrebbe evitare almeno un terzo degli attuali invii a visite ed esami di secondo livello. Questo significa meno liste d’attesa, maggiore continuità assistenziale e una reale valorizzazione del ruolo del medico di famiglia, che è da sempre il livello più efficiente del sistema, ma anche il meno sostenuto».

Un’opportunità concreta arriva ora dal Pnrr, con lo sviluppo delle Case della comunità e degli spoke territoriali della medicina generale, e dalle risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2019 per la diagnostica di primo livello. «Se questi strumenti verranno finalmente messi a sistema – conclude Dabbene – il 2026 può davvero diventare l’anno della svolta per la sanità di prossimità».