A dieci giorni dal voto regionale del 28 e 29 settembre, le Marche diventano il terreno di scontro tra Elly Schlein e Giorgia Meloni. Le due leader si dividono la scena: la segretaria dem a Pesaro con Matteo Ricci e Stefano Bonaccini, la premier ad Ancona con Francesco Acquaroli, sostenuta da Salvini, Tajani e Lupi.

Formalmente si parla di sanità, occupazione, infrastrutture. In realtà, la campagna marchigiana è solo la cornice di un confronto nazionale: giustizia, salario minimo, politica estera e guerra a Gaza. Schlein incalza la premier su Palestina e sanzioni a Israele, Tajani arriva persino a pronunciare la parola "genocidio", mentre Meloni per la prima volta prende le distanze dall'occupazione di Gaza City, segno che anche a destra la linea filoisraeliana non è più blindata.

Il centrodestra gioca la carta del vittimismo. Salvini trasforma il comizio in una commemorazione dell'attivista Maga Charlie Kirk, parlando di "omicidio per le idee". Meloni denuncia la "new entry" dell'industria dell'odio contro di lei, citando insulti e minacce.Secondo la leader di FdI, nei suoi confronti esiste "un business dell'odio" portato avanti da avversari politici, attivisti e intellettuali che scriverebbero post contro di lei per "vendere libri e biglietti a teatro". La premier e Tajani scaricano poi su Giuseppe Conte l'accusa di aver alzato i toni su Gaza, ribadendo: «Non siamo complici di nessun genocidio».

Il governatore uscente Acquaroli tenta di rivendicare risultati su sanità, turismo e occupazione, ma il clima resta di incertezza. Meloni lo difende: «Meglio uno che lavora di uno che parla troppo». Intanto arrivano fondi statali da 60 milioni per opere locali, mossa che ricorda la campagna abruzzese del 2024.

Dall'altra parte, Ricci gioca sul terreno della discontinuità: nidi gratis nelle aree interne, sgravi Irpef per i giovani di ritorno, abbattimento delle liste d'attesa. «Questa è la piazza del cambiamento», insiste.

La sanità diventa terreno di scontro diretto: Meloni accusa la sinistra di aver chiuso ospedali, Schlein replica che la destra sta smantellando il sistema pubblico a vantaggio dei privati. Sul salario minimo il botta e risposta è altrettanto netto: la premier chiede perché non sia stato introdotto dai governi precedenti, la leader dem risponde che in tre anni la destra non ha fatto nulla per i salari e promette: «Sarà la prima cosa che faremo al governo».

Il voto marchigiano è più di un'elezione locale. È il primo round di una serie che porterà al voto in altre cinque regioni entro novembre e, in primavera, al referendum sulla giustizia. In gioco c'è la narrativa: continuità o cambiamento, stabilità o alternativa. Il risultato peserà come un indicatore del futuro duello nazionale tra Schlein e Meloni. Chi vincerà qui partirà con un vantaggio psicologico decisivo.