Il 24 febbraio, inizio dell’offensiva russa contro l’Ucraina, è diventato un termometro politico che segna l’inizio dell’offensiva russa contro l’Ucraina e, quattro anni e centinaia di migliaia di morti dopo, misura lo stato di salute dell’Europa e dell’ordine internazionale.
A questo punto, la domanda non è se la guerra continuerà, ma come: con quale intensità, con quali strumenti, con quali effetti sulla sicurezza del continente.
Doveva essere l’anno della pace annunciata dalla Casa Bianca. Il presidente americano che prometteva di chiudere il conflitto non è riuscito nemmeno a congelarlo. Al contrario, la guerra si è fatta più dura. I dati delle Nazioni Unite parlano chiaro: le vittime civili sono aumentate in modo significativo, spinte dall’uso crescente di missili a lungo raggio e droni. La tecnologia non ha reso il conflitto più “chirurgico”. Ha ampliato la portata del danno.
Sul terreno, l’attrito resta altissimo. Mosca continua a sostenere l’inevitabilità della propria vittoria. Il vice ministro della Difesa russo Aleksej Krivoruchko — due figlie con passaporto americano, una villa a Miami — assicura che le forze avanzano senza ostacoli, minimizzando problemi logistici e rallentamenti legati alle comunicazioni. Ma i numeri raccontano altro. Secondo l’Institute for the Study of War, nel 2025 l’esercito russo ha conquistato villaggi rurali al ritmo di 13-15 chilometri al giorno, pagando un prezzo altissimo: 83 perdite per ogni chilometro guadagnato. Avanzate marginali, lontane dagli obiettivi proclamati come inevitabili sin dall’inizio.
In Occidente, intanto, l’anniversario riapre il capitolo delle “occasioni perdute”. Figure come John Bolton e Jens Stoltenberg sostengono che una risposta più assertiva quando la Russia era debole avrebbe impedito lo scenario attuale. L’ultima finestra utile, secondo questa lettura, sarebbe stata la guerra tra Mosca e Tbilisi del 2008. È una ricostruzione che semplifica troppo. L’invasione su larga scala è maturata durante la pandemia, quando pochi analisti — anche in Ucraina — consideravano plausibile una guerra ad alta intensità in Europa. L’allargamento della NATO è stato percepito a Mosca come un processo unilaterale, simbolo di marginalizzazione strategica in un mondo globalizzato in cui la Russia, a differenza della Cina, pagava costi crescenti.
In quel contesto è cresciuto il revanscismo di Vladimir Putin. Le umiliazioni strategiche raramente producono integrazione e rispetto delle regole. L’errore non fu la mancanza di durezza, ma l’incapacità di costruire un’architettura inclusiva. Oggi, però, accettare le condizioni avanzate da Mosca non è realistico. A guidare la delegazione russa resta Vladimir Medinsky, già ministro della Cultura, architetto della linea ideologica che ha promosso l’eccezionalismo russo e la necessità di difenderlo. È difficile immaginare che da quel tavolo possa nascere un compromesso credibile.
Nel frattempo, il fronte occidentale mostra crepe evidenti. Non è solo una questione di aiuti militari o di garanzie di sicurezza. È una frattura ideologica. Un filo nero collega segmenti della Casa Bianca al Cremlino, passando per le destre sovraniste europee: sovranità assoluta contro integrazione, diffidenza verso il multilateralismo, fascinazione per l’uomo forte, relativizzazione del diritto internazionale. La guerra in Ucraina è anche uno scontro interno all’Occidente su cosa significhi “pace”. Il Board creato da Donald Trump ne è l’emblema: più slogan che architettura diplomatica.
Il mondo che si profila è meno regolato e più armato. Lo raccontano anche altri scenari: il Medio Oriente attorno all’Iran, il Corno d’Africa, le tensioni lungo confini etiopici che toccano interessi italiani. L’Ucraina non è un’eccezione: è parte di questo quadro. È sotto pressione militare al fronte, energetica e infrastrutturale nelle retrovie, economica nella gestione dello Stato. La mobilitazione prolungata e la dipendenza dagli aiuti mettono alla prova la coesione sociale. Le ricerche mostrano una fiducia forte nelle forze armate e una solidarietà diffusa tra cittadini, ma non cancellano la diffidenza verso le istituzioni.
Agli occhi degli ucraini, l’Europa resta un orizzonte di riforme, ricostruzione e sicurezza. L’Unione europea può limitarsi a fornire armi oppure assumere un ruolo costituente: integrare, garantire, ricostruire. Non si tratta solo di difendere una linea sulla carta geografica, ma di decidere quale idea di confine e quale ordine internazionale debbano prevalere.
Quattro anni dopo, il bilancio è netto: diplomazia assente, violenza in aumento, deterrenza instabile, Occidente diviso. C’è chi si rifugia in metafore darwiniane, immaginando un’Europa costretta a trasformarsi da erbivoro normativo in carnivoro armato. Come se l’alternativa fosse tra un’Arcadia pacificata e un mondo dominato dall’homo homini lupus. La realtà è più scomoda: la scelta non è tra innocenza e militarismo, ma tra disordine permanente e costruzione faticosa di un nuovo equilibrio.
Questo articolo è un riassunto di ciò che
il professor Francesco Strazzari ha pubblicato su il manifesto
dal titolo: Un filo nero lega Cremlino, governo Usa e sovranisti Ue
ilmanifesto.it/un-filo-nero-lega-cremlino-governo-usa-e-sovranisti-ue


