Politica

Lavoro povero, l'Italia delle buste paga da fame: quasi un dipendente su due sotto la soglia di povertà. Il fallimento delle politiche del governo


Salari bassi, precarietà e divari territoriali: il rapporto Filcams CGIL fotografa un Paese in cui lavorare non basta più per vivere dignitosamente.


C'è un dato che dovrebbe provocare una crisi politica immediata e aprire un confronto serio sulle politiche economiche del Paese: quasi un lavoratore dipendente su due nei settori del commercio, dei servizi e del turismo percepisce una retribuzione annua considerata da lavoro povero.

Non si tratta di un'opinione né di uno slogan sindacale, ma delle elaborazioni realizzate dal Centro Studi Filcams CGIL e Micocci & Partners su dati INPS relativi al 2024, analizzando un campione di circa 6,3 milioni di persone, pari al 96% della platea considerata.

Il quadro che emerge è devastante e rappresenta una pesante smentita della narrazione governativa secondo cui l'occupazione sarebbe in salute solo perché aumentano gli occupati. Se l'occupazione cresce ma milioni di persone rimangono povere pur lavorando, significa che il problema non è creare lavoro qualsiasi, ma creare lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito.


Quasi il 48% dei lavoratori è povero
La ricerca utilizza una definizione centrata sulla retribuzione individuale, considerando poveri i lavoratori con redditi annui inferiori al 60% della retribuzione mediana nazionale.

La soglia individuata è pari a:

  • 13.950 euro annui nel campione di chi ha lavorato almeno una settimana;
  • 14.800 euro annui nel campione di chi ha lavorato almeno dodici settimane.

Il risultato è impressionante.

Tutti i settori (almeno una settimana lavorata)


Quasi una donna lavoratrice su due, e addirittura oltre la metà, rientra nella categoria del lavoro povero.


Il Sud affonda, ma il problema riguarda tutta Italia

La distribuzione territoriale mostra un Paese completamente spaccato.

Il dato del Mezzogiorno significa che oltre sei lavoratori su dieci percepiscono redditi inferiori alla soglia individuata dallo studio.

Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi esclusivamente il Sud: avere quasi quattro lavoratori poveri su dieci persino nel Nord-Ovest certifica un problema strutturale dell'intero sistema economico italiano.


Anche eliminando i lavori più brevi la situazione resta drammatica
Qualcuno potrebbe sostenere che il fenomeno dipenda da rapporti di lavoro brevissimi. La ricerca verifica anche questa ipotesi restringendo il campione ai dipendenti che hanno lavorato almeno dodici settimane.

Il risultato cambia poco.

Ancora una volta il Sud registra il valore più elevato, con il 56,35%, mentre Nord-Ovest e Nord-Est rimangono rispettivamente al 33,02% e al 37,09%.

Questo significa che il problema non è soltanto la precarietà, ma il livello stesso delle retribuzioni.


Commercio: un lavoratore su tre è povero
Nel commercio la situazione appare relativamente migliore rispetto alla media generale, ma resta comunque estremamente critica.

Nel campione più ampio:

  • incidenza complessiva: 31,16%
  • uomini: 25,33%
  • donne: 36,60%.

Anche limitando l'analisi ai lavoratori con almeno dodici settimane lavorate:

  • totale: 26,89%
  • uomini: 20,40%
  • donne: 33,05%.

In altre parole, oltre un quarto dei dipendenti del commercio continua a essere classificabile come lavoratore povero.


Servizi: oltre la metà dei dipendenti è povera

Ancora peggiore è la situazione dei servizi.

Nel campione di almeno una settimana lavorata:

  • totale: 52,60%
  • uomini: 42,06%
  • donne: 57,99%.

Nel Sud e nelle Isole la percentuale raggiunge il 58,90%, mentre anche nel Nord resta vicina al 50%. Qui il lavoro povero non rappresenta più un fenomeno marginale, ma diventa la condizione prevalente.


Le donne pagano il prezzo più alto
Una costante attraversa tutto il rapporto: il divario di genere. In ogni settore e in ogni area geografica l'incidenza del lavoro povero femminile supera quella maschile, spesso con differenze superiori ai dieci punti percentuali.

Non si tratta soltanto di salari inferiori, ma anche di maggiore diffusione del part-time involontario, della discontinuità occupazionale e di una segregazione professionale che continua a penalizzare milioni di lavoratrici.


Il fallimento della narrazione governativa
Di fronte a questi numeri diventa difficile sostenere che il mercato del lavoro italiano stia vivendo una stagione positiva semplicemente perché aumenta il numero degli occupati.

L'indicatore più importante non dovrebbe essere soltanto quanti lavorano, ma quanto guadagnano e se quel reddito consente una vita dignitosa.

La scelta del governo di archiviare il dibattito sul salario minimo e di rivendicare come successo l'aumento dell'occupazione appare così in evidente contrasto con la realtà fotografata dai dati.

Se quasi la metà dei lavoratori dei comparti più diffusi del Paese rientra nella categoria del lavoro povero, significa che il problema non è episodico ma strutturale: precarietà, bassi salari, part-time involontario e una produttività stagnante continuano a comprimere milioni di retribuzioni.

La conseguenza è un paradosso sempre più evidente: in Italia si può lavorare tutto l'anno e restare comunque poveri. E quando il lavoro smette di essere uno strumento di emancipazione sociale per trasformarsi in una condizione di sopravvivenza, il problema non riguarda soltanto il mercato, ma la qualità stessa delle politiche economiche e sociali del Paese.



fonte
: magazine.ce-mu.it/download/focus_sul_lavoro_povero.pdf

Autore Mario Falorni
Categoria Politica
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