Un incontro alla Casa Bianca tra il presidente statunitense Donald Trump e cinque leader dell'Africa occidentale ha generato scalpore in Liberia, dopo che Trump ha lodato con tono sorpreso l'inglese parlato dal presidente liberiano Joseph Boakai.
«Un inglese così buono. Un inglese così bello», ha detto Trump rivolgendosi a Boakai, con un'espressione di evidente meraviglia. E poi ha rincarato: «Dove ha imparato a parlare così bene? Dove ha studiato? In Liberia?»
President Trump to Liberian President Joseph Boakai: “Thank you, and such good English... Where did you learn to speak so beautifully? Where were you educated… In Liberia?”
— Suburban Black Man 🇺🇸 (@niceblackdude) July 9, 2025
How can anyone hate this man? He goes out of his way to bring people good vibes. pic.twitter.com/6SWl1QnmrF
L'affermazione ha immediatamente fatto il giro del mondo, scatenando reazioni contrastanti. In Liberia — dove l'inglese è la lingua ufficiale sin dal XIX secolo — molti hanno letto le parole di Trump come un insulto mascherato da complimento. Un modo, neanche troppo sottile, per suggerire che un africano che parla un buon inglese sia un'eccezione degna di stupore.
Foday Massaquio, leader dell'opposizione, non ha usato mezzi termini: «È l'ennesima prova che l'Occidente non ci prende sul serio come africani. Trump è stato condiscendente e profondamente irrispettoso.»
Anche Siokin Civicus Barsi-Giah, vicino all'ex presidente George Weah, ha criticato duramente l'accaduto: «Boakai non è stato lodato. È stato deriso dal presidente del paese più potente del mondo.»
Per molti liberiani, l'episodio è l'ennesima goccia in un vaso che trabocca da tempo. La recente decisione degli Stati Uniti di smantellare l'agenzia USAID in Liberia — ponendo fine a decenni di assistenza — ha già alimentato un senso di abbandono. Washington ha dichiarato di voler abbandonare il "modello di aiuti basato sulla carità", una scelta che ha colpito duramente un paese dove il supporto americano rappresentava il 2,6% del reddito nazionale lordo, la percentuale più alta al mondo.
Il legame tra Liberia e Stati Uniti è profondo e radicato. Fondata da ex schiavi liberati americani, la Liberia ha adottato una costituzione modellata su quella statunitense, una bandiera simile a quella a stelle e strisce, e ha sempre considerato gli USA come il "fratello maggiore".
Per questo le parole di Trump sono sembrate a molti non solo fuori luogo, ma un affronto. «Trump dovrebbe sapere che parliamo inglese da sempre», ha detto Moses Dennis, imprenditore di Monrovia. «Boakai non è andato a Washington per un concorso di dizione.»
Dal fronte istituzionale, però, la risposta è stata più diplomatica. Kula Fofana, portavoce della presidenza liberiana, ha tentato di smorzare i toni: «È positivo che il presidente Trump abbia apprezzato la chiarezza del nostro capo di Stato. Ma il focus deve restare sul rafforzamento della relazione bilaterale.»
Anche la ministra degli Esteri, Sara Beysolow Nyanti, ha minimizzato: «Il commento di Trump riconosce semplicemente la familiarità dell'accento liberiano, fortemente influenzato dall'inglese americano. Non è stata percepita alcuna offesa».
Secondo alcuni analisti, il problema va oltre Trump. «L'idea che un africano istruito sorprenda ancora l'Occidente è un retaggio coloniale duro a morire», ha osservato Abraham Julian Wennah, direttore della ricerca presso l'African Methodist Episcopal University. «In contesti postcoloniali, la lingua è spesso stata usata per mettere in discussione la legittimità e la competenza dei leader africani.»
E anche se qualcuno potrebbe vedere nel commento un semplice complimento, per molti resta un esempio emblematico di quel tono paternalista che troppo spesso accompagna le relazioni tra potenze occidentali e Paesi africani.
Alla fine, comunque, rimaniamo con un dubbio. Dobbiamo considerare Trump un razzista oppure, banalmente, un semplice ignorante, un povero zotico incolto, perfetto esempio della massa di americani che lo hanno votato?
Fonte: Associated Press


