La congiuntura mondiale va meglio del previsto. Ma l'Italia no. È un messaggio netto, difficile da aggirare, quello lanciato dal governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta intervenendo a Milano al Comitato esecutivo dell'Abi. Un messaggio che mette a nudo le fragilità strutturali del Paese e, soprattutto, l'assenza di una strategia credibile da parte del governo guidato da Giorgia Meloni.
Secondo Panetta, il quadro internazionale è complessivamente migliore rispetto alle attese di un anno fa. Eppure l'Italia “sta soffrendo” più di altri Paesi. Le cause sono esterne, certo: i dazi statunitensi — che Washington minaccia di aumentare nel nuovo braccio di ferro sulla Groenlandia — (quelli che per il "geniale" vicepremier Matteo Salvini erano un'opportunità) e la crescita anemica della Germania, primo partner commerciale italiano. Ma fermarsi a questo sarebbe un alibi comodo. Perché mentre il contesto globale cambia, l'Italia resta ferma.
Il governatore di Bankitalia parla di uno spostamento evidente del baricentro dell'economia mondiale, con la tecnologia come asse portante di questa trasformazione. Una rivoluzione che, per la prima volta, avviene in modo apertamente non cooperativo tra i Paesi. Una competizione dura, frammentata, in cui chi resta indietro rischia di essere tagliato fuori in modo permanente.
Ed è qui che emergono tutte le ambiguità dell'azione di governo. Panetta è chiaro: la tecnologia di oggi richiede investimenti colossali, con costi fissi elevatissimi e cifre nell'ordine di centinaia di miliardi di euro. Il divario tra chi guida l'innovazione e chi la insegue è enorme e difficilmente colmabile. Non serve, dice il governatore, che tutti inventino tutto. Serve puntare sull'adozione intelligente delle tecnologie esistenti per aumentare produttività ed efficienza.
Un concetto semplice, pragmatico, che stride con la narrazione sovranista dell'esecutivo Meloni, più concentrato su slogan identitari, battaglie ideologiche e rivendicazioni di facciata che su una vera politica industriale... oltre che tecnologica! Mentre altri Paesi investono, pianificano e costruiscono filiere, l'Italia discute di bonus temporanei, misure tampone e promesse vaghe di riforme future.
Il risultato è un Paese esposto agli shock esterni senza strumenti adeguati per reagire. Dipendente dalle decisioni altrui — dai dazi americani alla crescita tedesca — e incapace di sfruttare appieno le opportunità offerte dalla trasformazione tecnologica globale. Il governo continua a parlare di “centralità dell'Italia”, ma i numeri raccontano un'altra storia: quella di un sistema produttivo che perde terreno e di una politica economica che rincorre gli eventi invece di anticiparli.
L'allarme di Panetta non è ideologico, né politico. È tecnico, istituzionale, e proprio per questo ancora più grave. Ignorarlo significa accettare un lento declino. E, al momento, il governo Meloni sembra aver scelto la strada più facile: minimizzare, rinviare, scaricare le responsabilità sul contesto internazionale e, più in generale, su chiunque, purché non sia ientificabile come alleato o amico della maggioranza che la sostiene. Peccato che il mondo stia andando avanti. E l'Italia, così, rischia di restare indietro.


