Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone in Italia non sono riuscite ad accedere alle cure per colpa di liste d’attesa, costi e difficoltà logistiche. Nello stesso anno la spesa farmaceutica ha raggiunto i 37,2 miliardi di euro, mentre i Pronto soccorso hanno registrato 19 milioni di accessi, di cui circa un quarto impropri. Numeri che fotografano un sistema sotto pressione, frammentato e sempre meno sostenibile.
È da qui che parte il messaggio emerso dall’incontro “Organizzare la sanità digitale”, promosso dalle testate del Gruppo Homnya con il contributo non condizionante di Dedalus: la digitalizzazione non è più un’opzione, ma una necessità strutturale. E soprattutto non è solo una questione di tecnologia, ma di governance, organizzazione e cultura.
L’Italia, sul piano delle infrastrutture, è già avanti. L’architettura tecnologica c’è, il PNRR ha accelerato i processi e dall’estero guardano al nostro modello con interesse. Il Paese sarà anche il primo in Europa a sperimentare uno dei progetti comunitari per la costruzione del framework di HTA digitale. Ma la vera partita si gioca ora: trasformare i progetti in sistema.
Il punto è chiaro: senza regole comuni, standard condivisi e responsabilità definite, la sanità digitale resta una somma di piattaforme scollegate. Servono standardizzazione, certificazioni e misurabilità degli esiti. Non software “su misura” comprati al ribasso, ma soluzioni certificate, sicure, interoperabili e valutabili per impatto clinico e sostenibilità economica. Continuare a premiare il prezzo più basso significa bloccare l’innovazione e scaricare rischi e costi sulle strutture pubbliche.
La sfida riguarda anche l’intelligenza artificiale: enorme potenziale, ma solo se governata. Senza regole etiche, certificazioni e controlli, l’IA rischia di diventare un problema invece che una soluzione. L’obiettivo dichiarato è chiaro: dal 2027 una dorsale digitale nazionale, con piattaforme centrali (a partire dalla telemedicina) che connettano in modo sicuro i sistemi regionali.
Ma la tecnologia da sola non basta. Il nodo vero è organizzativo. Serve una governance chiara: il Ministero definisce modelli e standard, Agenas coordina, le Regioni implementano e gestiscono i dati. E soprattutto serve superare la logica del “CAP sanitario”: non è accettabile che la qualità delle cure dipenda dal luogo di residenza.
Altro punto centrale: le competenze. Senza formazione mirata per professionisti e cittadini, la digitalizzazione resta sulla carta. I dati devono diventare strumenti di cura, prevenzione e programmazione, non archivi inutilizzati. L’obiettivo è una sanità predittiva, capace di intervenire prima, meglio e con meno sprechi.
Nel post-PNRR la direzione è una sola: la sanità digitale deve diventare infrastruttura ordinaria del Servizio sanitario nazionale, non una sequenza di progetti sperimentali. Questo significa passare dall’innovazione alla struttura: regole stabili, sistemi interoperabili, valutazione degli esiti, governo dei costi.
La logica deve cambiare anche nei modelli economici: meno pagamento della singola prestazione, più valorizzazione degli esiti di cura e della qualità dell’assistenza. Se i risultati migliorano davvero, devono essere riconosciuti e remunerati. Altrimenti anche le risorse del PNRR si consumeranno senza lasciare cambiamenti reali.
In sintesi: la sanità digitale è arrivata al punto di non ritorno. La scelta non è più se innovare, ma come governare l’innovazione. Senza una visione unitaria, resterà frammentazione. Con una governance forte, può diventare la leva per ridurre disuguaglianze, migliorare l’accesso alle cure, controllare i costi e rendere il sistema sanitario più equo, efficiente e sostenibile. La tecnologia c’è. Ora serve il coraggio di usarla davvero.


