Il cinema svizzero non è tra i più prolifici, ma ha una ricchezza che pochi possono vantare: quattro lingue, identità multiple e sguardi che spaziano dalle Alpi alle città, sempre con un occhio attento ai drammi umani e alle sfumature sociali.

Oggi questa tradizione continua con Late Shift (Heldin) di Petra Volpe, scelto per rappresentare la Svizzera agli Oscar 2026. Presentato in anteprima nella sezione Special Gala al Festival di Berlino, il film affronta con intensità e umanità le difficoltà del sistema sanitario, trasformando una questione locale in un racconto che può toccare chiunque, ovunque.

In questo scenario il cinema svizzero è un laboratorio mobile che parla molte lingue, tra realtà intime, drammi sociali e sguardi internazionali. Dai cult nazionali che hanno esplorato le tensioni psicologiche come Jonas che avrà vent’anni nel 2000 di Alain Tanner alle riflessioni sull’identità e la famiglia di Ursula Meier in Home.

Alcuni film poi hanno saputo combinare successo critico e pubblico: da Vitus di Murer, al classico Heidi di Alain Gsponer, passando per storie che affrontano identità e migrazione come Die Schweizermacher o i 2 film drammatici premiati con l’Oscar The Boat Is Full e Viaggio della Speranza, fino all’animazione toccante di Claude Barras con La mia vita da zucchina.

In Svizzera, storie intime e grandi strutture — famiglia, istituzioni, fede, società — si incontrano, si sfidano e diventano film capaci di viaggiare oltre i confini, rimanendo impressi nella memoria dello spettatore.