In un rapporto allarmante, il World Food Programme (WFP) ha rivelato che la maggior parte delle famiglie nella città di Gaza riesce a malapena a consumare un solo pasto al giorno. Le condizioni di vita stanno diventando sempre più estreme, e l'intero sistema alimentare è sull'orlo del collasso.
Secondo il WFP, la paura della carestia resta altissima, alimentata da una carenza cronica di generi alimentari di base. La fame spinge molte persone a mettere a rischio la propria vita pur di ottenere tramite i centri di distribuzione della GHF (una sorta di roulette russa) un solo chilo di farina.
Una delle famiglie intervistate ha raccontato che le temperature torride, combinate con la mancanza di cibo, hanno causato svenimenti tra alcuni membri, a testimonianza della gravità della situazione.
Questi non sono solo numeri o dichiarazioni astratte: sono segnali concreti di una crisi umanitaria che peggiora ogni giorno sotto gli occhi del mondo. Un intervento immediato è imprescindibile. Garantire corridoi umanitari sicuri per la distribuzione degli aiuti alimentari è una responsabilità morale che non può più essere rimandata.
Il tempo stringe. Gaza è sull'orlo della fame collettiva. Restare in silenzio equivale a essere complici. Agire è un dovere.
Questa, in un mondo normale, dovrebbe essere la notizia principale del giorno relativa a Gaza, seguita dalle decisioni di intervento da parte della comunità internazionale, a partire da quei Paesi che pretendono di essere rappresentanti e sostenitori del diritto umanitario.
Invece, in relazione al Medio Oriente, la notizia del giorno è l'incontro di domani a Washington tra due delinquenti - di questo si tratta -, Trump e Netanyahu, che, in base agli interessi personali e alla convenienza del momento, decideranno se lo Stato canaglia di Israele debba o meno smettere di assassinare i civili palestinesi a Gaza (non in Cisgiordania)... almeno per qualche tempo.
A questo si sono ridotte le democrazie in questo periodo.


