L'accordo commerciale appena concluso tra Giappone e Stati Uniti potrebbe diventare il modello di riferimento per le future trattative che Washington sta conducendo con altri Paesi. Secondo numerosi economisti, l'economia globale potrebbe reggere l'urto di tariffe medie attorno al 15%, la percentuale accettata da Tokyo nella notte tra martedì e mercoledì per chiudere la trattativa.
Il patto siglato con il Giappone – quarta economia mondiale – prevede la riduzione delle tariffe doganali sulle auto giapponesi esportate negli USA: si passa da un totale del 27,5% a un più contenuto 15%. Anche i dazi previsti su altre merci nipponiche, che sarebbero entrati in vigore dal 1 agosto, verranno tagliati al 15% dal precedente 25%.
Ma l'accordo va oltre le sole tariffe: include anche impegni in termini di investimenti e prestiti diretti verso gli Stati Uniti, rendendolo di gran lunga il più rilevante tra quelli che l'amministrazione Trump abbia mai finalizzato finora. Secondo fonti statunitensi il Giappone avrebbe accettato di acquistare 100 aerei della Boeing, di aumentare gli acquisti di riso del 75% e di comprare 8 miliardi di dollari in prodotti agricoli, aumentando al contempo la commesse alle aziende di armi statunitensi da 14 a 17 miliardi di dollari all'anno.
Nonostante un 15% resti un dazio significativo, molti analisti lo considerano un male minore rispetto all'instabilità creata dall'incertezza commerciale degli ultimi mesi, che ha paralizzato gli investimenti globali. “Nel 2024, le tariffe medie USA erano attorno al 2,5%, ma oggi siamo su livelli medi del 17%,” ha spiegato Mohit Kumar di Jefferies. “Ci aspettiamo che, alla fine del processo, la media si assesti attorno al 15%, anche se potrebbe essere leggermente più alta.”
I mercati hanno reagito con entusiasmo all'accordo. La Borsa di Tokyo (Nikkei) ha guadagnato il 3,5%, trainata dai titoli automobilistici. Anche le borse europee hanno chiuso in rialzo, spinte dalla fiducia rinnovata in soluzioni negoziate. Le azioni Volvo Cars sono balzate di oltre il 10%, mentre Porsche, BMW, Mercedes-Benz e Volkswagen hanno registrato guadagni tra il 4% e il 7%.
“La notizia ha rassicurato gli investitori: sembra sempre più probabile che si possa arrivare a compromessi gestibili piuttosto che a escalation tariffarie,” ha commentato Jim Reid di Deutsche Bank. Tuttavia, il rischio di dazi molto più pesanti è ancora sul tavolo per diversi Paesi: 30% per l'UE, 35% per il Canada e 50% per il Brasile.
L'accordo ha anche avuto un impatto sulle aspettative di inflazione negli Stati Uniti, che si sono leggermente ridotte, alimentando l'ipotesi che la Federal Reserve possa avere margini per abbassare i tassi d'interesse entro fine anno. Tuttavia, per ora i mercati non si aspettano tagli già nel prossimo incontro della Fed, con la prima riduzione prevista non prima di ottobre.
Per quanto riguarda l'Unione Europea, Trump ha minacciato tariffe del 30% a partire dal 1 agosto, una misura che potrebbe devastare l'economia del blocco, altamente dipendente dalle esportazioni.
Anche la Cina è vicina a una nuova scadenza: il 12 agosto. Se non verrà raggiunto un accordo, i dazi USA torneranno a livelli estremi, fino al 145%, con una risposta simmetrica da parte di Pechino con tariffe non inferiori al 125%.
Secondo ING, il patto USA-Giappone metterà ulteriore pressione sui principali esportatori asiatici per strappare condizioni migliori. Alcuni Paesi, come Filippine e Indonesia, hanno già siglato accordi, altri dovranno dovranno farlo rapidamente prima della fatidica data del 1 agosto.
La tariffa doganale del 15% potrebbe diventare la norma per le future relazioni commerciali degli Stati Uniti. Non è un risultato ideale, ma in un mondo segnato dall'instabilità e dalla guerra commerciale, rappresenta un compromesso accettabile, almeno per alcune economie.


