La morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, continua a far discutere e a generare nuove iniziative da parte della famiglia. La vicenda è iniziata il 23 dicembre 2025 quando al bambino, affetto da una gravissima cardiopatia, venne trapiantato un cuore proveniente da un donatore del Nord Italia.

Secondo le ricostruzioni emerse dalle indagini e dalle verifiche interne, l’organo potrebbe essere stato danneggiato durante il trasporto. Tra le ipotesi al centro dell’inchiesta c’è quella che il cuore sia stato conservato con ghiaccio secco invece che con il normale ghiaccio utilizzato nei protocolli per i trapianti. Questo avrebbe provocato un possibile congelamento dei tessuti cardiaci.

Quando l’organo arrivò al Monaldi e venne aperto il contenitore, i medici si accorsero che era estremamente freddo. A quel punto però il cuore naturale del bambino era già stato rimosso e non esisteva una reale alternativa: senza impiantare quell’organo il piccolo sarebbe morto immediatamente in sala operatoria. L’équipe decise quindi di procedere comunque con il trapianto.

Dopo l’intervento Domenico è rimasto ricoverato per settimane in condizioni critiche. Per sostenerlo i medici hanno utilizzato anche l’ECMO, la macchina che può sostituire temporaneamente la funzione di cuore e polmoni. Nonostante i tentativi di stabilizzarlo, il quadro clinico è rimasto gravissimo e il 21 febbraio 2026 il bambino è morto.

La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per capire se ci siano state responsabilità. Nel registro degli indagati sono finite sei persone tra medici e operatori sanitari coinvolti nelle diverse fasi del trapianto, sia nella fase di espianto dell’organo sia nell’intervento effettuato a Napoli. L’ipotesi di reato è omicidio colposo.

Tra i medici finiti sotto i riflettori mediatici c’è il cardiochirurgo pediatrico Carlo Oppido, uno dei professionisti coinvolti nell’operazione. Il medico ha difeso pubblicamente il proprio operato sostenendo che in quella situazione non esistevano alternative e che la scelta di tentare il trapianto era l’unico modo per dare al bambino una possibilità. In televisione ha ricordato anche la sua lunga carriera nella cardiochirurgia pediatrica e gli interventi eseguiti su migliaia di bambini.

Nel frattempo gli investigatori stanno analizzando tutta la catena del trapianto: il sistema di conservazione del cuore, il contenitore utilizzato durante il viaggio, la logistica del trasporto e la comunicazione tra i diversi ospedali coinvolti. Le perizie medico-legali e gli esami tecnici dovranno stabilire con precisione se l’organo fosse già compromesso e quale sia stata la reale causa della morte.

Dopo la perdita del figlio, la madre del bambino, Patrizia Caliendo, ha deciso di trasformare il dolore in un impegno pubblico. Ha annunciato la nascita di un’associazione dedicata alla memoria di Domenico con l’obiettivo di aiutare altre famiglie che vivono situazioni simili e soprattutto di chiedere maggiore trasparenza e sicurezza nelle procedure di trapianto.

L’associazione vuole anche sostenere la ricerca sulle cardiopatie pediatriche e promuovere controlli più severi sulla catena di trasporto degli organi destinati ai trapianti. La madre ha spiegato che la sua intenzione è evitare che altre famiglie possano vivere lo stesso dramma e che il nome di suo figlio diventi un simbolo di cambiamento.

Parallelamente continua la battaglia giudiziaria per accertare la verità su quanto accaduto in quelle ore decisive tra il prelievo dell’organo e l’intervento chirurgico. Le prossime perizie e le decisioni della magistratura saranno fondamentali per capire se si sia trattato di una tragica fatalità o se ci siano stati errori nella gestione di uno dei momenti più delicati della medicina moderna, il trapianto di un cuore a un bambino.