Nel giro di poche ore un'archiviazione si è trasformata in una canonizzazione.

La decisione del Gip di Firenze di archiviare l'ultima inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993 è stata immediatamente salutata dalla destra italiana come la prova definitiva che Silvio Berlusconi non ebbe mai alcun rapporto con la mafia, che trent'anni di indagini furono una gigantesca persecuzione e che la storia avrebbe finalmente "dato ragione al Cavaliere".

Peccato che il provvedimento dica qualcosa di molto diverso.

L'archiviazione stabilisce infatti che non sono stati trovati elementi sufficienti per sostenere un'accusa in giudizio relativamente a quel particolare filone d'inchiesta. Non certifica una verità storica definitiva. Non cancella ciò che altre sentenze hanno accertato. Non riscrive trent'anni di processi. Non trasforma automaticamente ogni ipotesi investigativa in una calunnia.

Eppure, appena la notizia si è diffusa, si è assistito a un curioso fenomeno di alchimia politica: l'archiviazione è diventata assoluzione, l'assoluzione è diventata riabilitazione, la riabilitazione è diventata santificazione.

Secondo alcuni esponenti della maggioranza sarebbe stata addirittura spazzata via "ogni ombra". Una formula suggestiva, che però si scontra con un piccolo problema: le ombre non le hanno create i giornalisti, né gli avversari politici. Molte di quelle ombre emergono da sentenze definitive emesse da tribunali della Repubblica.


IL CONVITATO DI PIETRA: MARCELLO DELL'UTRI

La contraddizione più evidente riguarda proprio Marcello Dell'Utri. Nelle stesse ore in cui si celebrava la presunta dimostrazione dell'inesistenza di qualsiasi legame tra Berlusconi e Cosa Nostra, si dimenticava accuratamente che Dell'Utri non è stato assolto dall'accusa di rapporti con la mafia.

Al contrario.

Nel 2014 la Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Non si tratta di una contestazione marginale. La sentenza ha ritenuto accertato che Dell'Utri svolse per anni un ruolo di mediazione tra ambienti mafiosi e il gruppo imprenditoriale di Berlusconi.

Non lo sosteneva un editoriale. Non lo sosteneva un comizio. Lo sosteneva una sentenza definitiva.

Per questo appare quantomeno singolare vedere la stessa vicenda giudiziaria utilizzata oggi come prova dell'inesistenza di qualsiasi collegamento storico tra il fondatore di Forza Italia e soggetti mafiosi.


DA MANGANO AGLI ALTRI NOMI SCOMODI

Il revisionismo di queste ore sembra inoltre fondarsi su una rimozione selettiva della memoria.

Nessuno può ignorare che Vittorio Mangano, poi riconosciuto come esponente mafioso di primo piano, lavorò nella villa di Arcore tra il 1974 e il 1976. Nessuno può ignorare che fu Dell'Utri a favorirne l'assunzione.

Nessuno può cancellare il fatto che per decenni magistrati, commissioni parlamentari e processi abbiano indagato sui rapporti tra esponenti di Cosa Nostra e uomini vicini all'universo Fininvest.

Naturalmente indagare non significa condannare. Ma nemmeno archiviare significa cancellare tutto ciò che è stato accertato altrove.

UNA MEMORIA A SENSO UNICO

La parte più curiosa della vicenda è forse un'altra.

Gli stessi ambienti politici che normalmente sostengono che "le sentenze si rispettano" sembrano oggi ricordarsi delle decisioni giudiziarie soltanto quando risultano favorevoli ai propri leader.

Le archiviazioni vengono celebrate come verità assolute. Le condanne definitive vengono invece trattate come fastidiosi dettagli da dimenticare. Il risultato è una narrazione paradossale nella quale trent'anni di inchieste, processi, testimonianze, sentenze e ricostruzioni storiche vengono compressi in uno slogan: "Avevano ragione loro".

La realtà è molto più complessa. L'archiviazione di Firenze chiude un filone investigativo. Non cancella la condanna definitiva di Dell'Utri. Non cancella il ruolo di Vittorio Mangano. Non cancella decenni di rapporti, frequentazioni, testimonianze e accertamenti giudiziari.

E soprattutto non autorizza nessuno a trasformare una decisione processuale circoscritta in una gigantesca operazione di riscrittura della storia italiana.


ALCUNI RAPPORTI E FREQUENTAZIONI STORICAMENTE ACCERTATE O DOCUMENTATE TRA BERLUSCONI E LA MAFIA

Vittorio Mangano, uomo d'onore della famiglia mafiosa di Porta Nuova, assunto come stalliere nella residenza di Arcore su indicazione di Marcello Dell'Utri.

Marcello Dell'Utri, collaboratore storico di Berlusconi e successivamente condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Numerosi contatti documentati tra Dell'Utri e importanti esponenti di Cosa Nostra, oggetto della sentenza definitiva che ne ha confermato la condanna.

Le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia – tra cui Salvatore Cancemi, Gaspare Spatuzza e altri – che hanno alimentato nel tempo vari filoni investigativi, pur senza sfociare in condanne nei confronti di Berlusconi.


La differenza tra i fatti e la propaganda sta tutta qui: i fatti possono essere discussi, contestati, interpretati. Ma non possono essere cancellati.

Va inoltre ancora una volta ribadito che l'archiviazione di Firenze riguarda la mancanza di elementi sufficienti a sostenere l'accusa nel procedimento sui presunti mandanti esterni delle stragi e non costituisce una sentenza che accerti una verità storica generale sui rapporti tra politica e mafia.