"I commissari credo che abbiano intenzione di presentare ricorso al Tar e mi auguro che la magistratura dia loro ragione, così da evitare la chiusura dello stabilimento". Lo ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo URSO, a margine di un evento alla Camera, commentando l'ordinanza del sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che ordina la sospensione della centrale termoelettrica ex Ilva. "In tanti vogliono scongiurarla a cominciare dai lavoratori degli stabilimenti dell'ILVA a Taranto come nel nord, ma certamente anche quelli delle tante imprese dell'Indotto che lavorano con questo importante e significativo stabilimento siderurgico- Noi lavoriamo sempre positivamente per cercare di trovare le soluzioni e mi auguro che tutti facciano altrettanto perché la sfida è davvero molto difficile".

Il governo quindi è pronto a rispondere ad una decisione dell'amministrazione comunale tarantina che ha destato parecchie sorpresa come detto anche dallo stesso Urso "Certo é un pessimo segnale per chiunque voglia rilanciare lo stabilimento". Lo ha detto, a margine di una iniziativa dell’associazione Marchi Storici per la giornata nazionale del Made in Italy, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, rilevando anche che questo provvedimento del sindaco é arrivato "il giorno dopo che era stato ricevuto, con estrema cortesia, dallo stesso sindaco, uno dei potenziali investitori, al quale erano state dati riscontri credo positivi in riferimento a un piano industriale che punta alla piena decarbonizzazione dell’impianto, nell’arco piuttosto breve di quattro-cinque anni".

Il dispositivo, il quale impone la sospensione delle attività per la centrale termoelettrica di "Acciaierie d’Italia Energia" entro il termine di trenta giorni, minaccia di innescare un effetto domino dai tratti irreversibili sull’intera filiera dell’acciaio nazionale, trasponendo la crisi produttiva su un terreno di scontro istituzionale senza precedenti. Il fulcro del contenzioso risiede nella mancata presentazione, da parte della società attualmente soggetta ad amministrazione straordinaria, di un piano organico volto alla riduzione del rischio non cancerogeno correlato alle emissioni di arsenico, cobalto e nichel. La determinazione del primo cittadino trova il proprio fondamento giuridico nel principio di precauzione ambientale; una clausola di giurisprudenza comunitaria che abilita le autorità locali a intervenire qualora emergano dubbi ragionevoli circa l’entità dei rischi per la salute dei cittadini, senza che sia tassativamente richiesta la prova scientifica definitiva del nocumento.

Sotto il profilo della cronaca amministrativa, la genesi della vicenda è da rintracciarsi nelle evidenze emerse dalla Valutazione del Danno Sanitario relativa all’annualità 2024. Tali rilevazioni, elaborate da Arpa Puglia in sinergia con le autorità sanitarie territoriali, avevano delineato un quadro emissivo totale eccedente le soglie di accettabilità previste dalla norma. Nonostante i ripetuti solleciti regionali e le diffide inoltrate nel corso del 2025, la divisione elettrica del gruppo non avrebbe fornito i riscontri tecnici attesi, inducendo il Comune di Taranto a esercitare la prerogativa dell’ordinanza contingibile e urgente. Data la natura del processo produttivo a ciclo integrale, tale eventuale fermata assumerebbe una portata sistemica. La centrale elettrica opera infatti come terminale imprescindibile per il recupero e la valorizzazione dei gas siderurgici derivanti dagli altiforni. In assenza di tale impianto, lo stabilimento si ritroverebbe nella materiale impossibilità di gestire i sottoprodotti gassosi, rendendo di fatto inevitabile la disattivazione dell'area a caldo e il conseguente blocco dell'intera catena impiantistica.

Sul versante della politica industriale, la tempistica di questa frattura appare tanto critica quanto paradossale. Soltanto poche settimane addietro, i vertici dell’ex Ilva avevano confermato il programma per il riavvio dell’altoforno 4 e delle cokerie, con l’ambizioso traguardo di riportare l’output produttivo a una quota di quattro milioni di tonnellate annue entro il mese di maggio. Questo piano di rilancio appare oggi drammaticamente compromesso.

Un possibile fermo dell’area a caldo jonica produrrebbe ripercussioni immediate sugli stabilimenti situati nel Nord Italia, in particolare nei poli di Novi Ligure e Genova Cornigliano, che dipendono strutturalmente dai semilavorati generati in Puglia. Ne deriverebbe una paralisi manifatturiera nazionale in segmenti strategici, proprio in una fase in cui il Governo è impegnato a stabilizzare l'assetto proprietario tramite l’individuazione di un partner privato di comprovata solidità. L’incertezza così generata proietta ombre sulle trattative di vendita, rischiando di indurre gli attori del gruppo indiano Jindal e del fondo statunitense Flacks Group a rivalutare il profilo di rischio di un investimento pesantemente condizionato da variabili giudiziarie e amministrative locali.

In questo complesso scenario, la cronaca politica registra comunque tentativi di mediazione ad alto livello, come testimoniato dal colloquio tra il ministro Adolfo Urso e il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, svoltosi a margine del Vinitaly il 13 aprile scorso. Sebbene la cornice fosse quella delle eccellenze agroalimentari, il dossier dell'ex Ilva si è imposto quale argomento centrale, confermando la natura prioritaria della crisi nell'agenda dell'esecutivo. La Regione Puglia rivendica con forza il ruolo di interlocutrice per la salvaguardia del territorio, mentre l'iter di cessione sembra registrare una significativa accelerazione nella negoziazione. Le visite ispettive di Jindal ai siti di Taranto e Genova confermano l'interesse tangibile, tuttavia la complessità dell'operazione lascia presagire un accordo vincolato a robuste garanzie statali o a una revisione al ribasso del valore degli asset, mentre il Flacks Group prosegue nel proporsi quale alternativa di matrice occidentale.