Giorgia Meloni, forte del flop referendario che ha lasciato le opposizioni in braghe di tela, coglie l’occasione per rilanciare la sua leadership con un colpo ad effetto: si presenta a sorpresa agli Stati Generali dei commercialisti, dove annuncia con enfasi il taglio dell’Irpef.
È un discorso che conquista la platea: parole calibrate sul consenso, sull’applauso facile, sul lessico della semplificazione fiscale e del sostegno al ceto medio, che viene dipinto – non a torto – come la vera spina dorsale del Paese.
«Il fisco deve aiutare e non opprimere», afferma la premier, rivendicando una visione “amica” del sistema tributario, orientata al benessere delle famiglie, al merito, ai giovani e alla crescita economica. Un fisco “light”, per usare le sue stesse parole, capace di stimolare gli investimenti e di restituire fiducia a chi produce reddito. Sul fronte dell’evasione, Meloni risponde alle accuse di indulgenza con un dato record: 33,4 miliardi di euro recuperati nel 2024. Un numero importante, che serve a rafforzare il messaggio di credibilità e rigore.
Ma mentre i commercialisti applaudono in piedi, c’è un’Italia che resta seduta, e non per scelta: milioni di lavoratori, pensionandi, precoci, esodati dimenticati e vittime delle rigidità della Legge Fornero. Nessuna standing ovation per loro, solo attesa. E amarezza.
Perché se è vero che una riforma fiscale equa e sostenibile è una priorità, è altrettanto vero che non può più essere rinviato il capitolo pensioni. Il superamento della Fornero non è una questione marginale, ma una promessa che questo governo ha più volte reiterato in campagna elettorale. Una promessa che oggi sembra relegata sullo sfondo, oscurata da altri dossier considerati più “spendibili” mediaticamente.
Restituire dignità al lavoro significa anche restituire dignità al suo epilogo naturale: la pensione. Un sistema equo non può tollerare che l’uscita dal mondo del lavoro diventi una corsa ad ostacoli, con l’età pensionabile che supera i 67 anni e assegni sempre più lontani dall’ultimo stipendio percepito. La soglia dei 65 anni, già di per sé alta, dovrebbe tornare ad essere un limite massimo, non un miraggio.
Il governo ha davanti ancora due anni e mezzo di legislatura. Due anni e mezzo per dimostrare che gli impegni non sono solo slogan elettorali. Due anni e mezzo per costruire una riforma previdenziale che metta fine ad una stagione di iniquità, di incertezza, di frustrazione. Il tempo c’è, la volontà politica deve dimostrarsi all’altezza.
Giorgia Meloni potrà anche guadagnare consensi tra i professionisti e nei salotti dell’economia, ma sarà sul rispetto di quella promessa, la riforma delle pensioni, che si giocherà davvero la fiducia degli italiani. E, con essa, le prossime elezioni politiche.


