Non è il petrolio, né il gas. Eppure potrebbe diventare uno dei nodi più critici della crisi globale innescata dal conflitto in Iran. L’elio — risorsa invisibile al grande pubblico — è oggi al centro di una tensione internazionale che rischia di avere effetti concreti su ospedali, tecnologia e industria.
Nel giro di poche settimane, circa un terzo della produzione mondiale si è fermato. Una quota enorme, che espone fragilità strutturali finora sottovalutate.
Il problema nasce da due fattori convergenti: il blocco dello Stretto di Hormuz e i danni agli impianti industriali del Qatar.
Nel 2025, il Qatar produceva circa 63 milioni di metri cubi di elio su un totale globale di 190 milioni, secondo in sondaggio statunitense. Una quota pari a circa un terzo dell’offerta mondiale. Tutta questa produzione transitava via mare proprio attraverso Hormuz, passaggio obbligato senza alternative logistiche.
Il 2 marzo, QatarEnergy ha annunciato lo stop alla produzione di gas naturale liquefatto dopo gli attacchi agli impianti di Ras Laffan e Mesaieed: incendi, danni al 17% della capacità di esportazione e perdite stimate in 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. I tempi di ripristino? Tra tre e cinque anni.
Effetto immediato? Taglio del 14% nelle esportazioni di elio liquido.
A differenza di altre materie prime, l’elio non può essere prodotto artificialmente. E soprattutto ha una proprietà unica: è l’unico elemento capace di raggiungere temperature prossime allo zero assoluto (-269°C).
Ed è questo a renderlo indispensabile in due settori chiave:
- Sanità, per il funzionamento delle risonanze magnetiche,
- Industria tecnologica, per la produzione di semiconduttori e microchip.
Senza elio, molte delle tecnologie avanzate semplicemente non funzionano.
Gli analisti stimano che:
- una crisi di 30 giorni potrebbe far salire i prezzi del 10-20%,
- tra 60 e 90 giorni si potrebbe arrivare a +50%, soprattutto per chi non ha contratti a lungo termine.
Secondo Nicoletta Gandolfo, presidente della Sirm (Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica), la situazione attuale è sotto controllo, ma con margini limitati.
L’Italia non produce elio e dipende completamente dall’estero. Tuttavia, il sistema sanitario ha alcune difese:
- scorte distribuite lungo la filiera,
- assenza di logiche “just in time”,
- tecnologie moderne con sistemi di recupero e ricondensazione,
- risonanze magnetiche a circuito chiuso, con consumi ridotti,
- Nel breve periodo, quindi, non si prevedono blocchi.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Il primo impatto diretto riguarda le emergenze tecniche: in caso di guasti, alcune macchine potrebbero non essere riparate rapidamente per mancanza di elio.
Ma il problema più serio è indiretto. L’elio è essenziale per i semiconduttori. Se la crisi si prolunga, si innesca una catena:
- ritardi nella produzione di microchip,
- difficoltà nella consegna di apparecchiature mediche,
- aumento dei costi,
- carenza di ricambi.
Le conseguenze per la sanità sono concrete:
- tempi più lunghi di fermo macchina,
- maggiore pressione sulle apparecchiature esistenti,
- rallentamenti nell’adozione di nuove tecnologie,
- possibile allungamento delle liste d’attesa.
E non esistono soluzioni semplici: ecografie e radiologia tradizionale non possono sostituire completamente la risonanza magnetica.
Il punto più critico è sistemico. L’elio è prodotto in poche aree del mondo e il Qatar è uno dei principali fornitori per l’Europa. Non esiste una vera diversificazione. E, soprattutto, manca una strategia.
A differenza del petrolio, l’Europa non dispone di riserve strategiche di elio. Eppure questa è la quinta crisi di approvvigionamento dal 2006. Alcune grandi aziende stanno cercando di riorganizzare le catene di fornitura, ma si tratta di iniziative isolate, non di una politica coordinata.
La guerra in Iran ha trasformato rapidamente una questione tecnica in una vulnerabilità globale. Prima i farmaci. Ora l’elio. Il rischio non è un collasso immediato, ma qualcosa di più insidioso: una lenta erosione della capacità tecnologica e operativa della sanità. Oggi gli ospedali reggono. Domani potrebbero dover fare i conti con meno strumenti, più attese e costi più alti.
E questa volta, non c’entra il petrolio.


