Il Parlamento europeo apre ai “return hubs” e alla cooperazione con Paesi terzi, anche non democratici. Nel mirino: minori, famiglie e diritto al ricorso.
Organizzazioni e giuristi denunciano una deriva pericolosa: detenzione fino a 24 mesi, espulsioni anche verso Paesi senza legami e tutele ridotte.
Il voto di ieri del Parlamento europeo per avviare i negoziati con i governi dell'UE sulla nuova normativa in materia di rimpatri segna un passaggio politico rilevante. Ma, al di là della retorica sull'“efficacia” e sul “controllo dei confini”, il contenuto del testo approvato solleva preoccupazioni profonde sul piano giuridico, umano e politico.
Il cuore del provvedimento è chiaro: ampliare e accelerare le espulsioni... anche a costo di colpire i più vulnerabili!
Uno degli aspetti più controversi è la volontà, condivisa da Parlamento e Consiglio, di includere nelle procedure di espulsione anche le famiglie con bambini, escludendo solo i minori non accompagnati. È una scelta che abbassa sensibilmente il livello di tutela rispetto agli standard finora adottati, e che ignora un principio basilare: i minori non dovrebbero mai essere trattati come semplici appendici amministrative delle politiche migratorie.
Ancora più grave è l'assenza di una procedura chiara per valutare il superiore interesse del minore. Il testo si limita a un riferimento generico, senza criteri operativi né conseguenze concrete. In pratica, un principio fondamentale del diritto internazionale resta lettera morta.
Il provvedimento interviene anche su un altro pilastro del sistema: l'effetto sospensivo automatico dei ricorsi. Oggi, una persona migrante non può essere espulsa finché il giudice non si pronuncia in via definitiva. La nuova impostazione, invece, rimette la decisione caso per caso ai giudici, aprendo la strada a espulsioni eseguite mentre i procedimenti sono ancora in corso. Una compressione evidente del diritto alla difesa, che secondo molte organizzazioni si scontrano frontalmente con la Carta dei diritti fondamentali dell'UE . Questo cambiamento introduce di fatto un rischio evidente: espulsioni eseguite prima che venga accertata la legittimità del provvedimento. In termini concreti, significa possibilità di errori irreversibili.
La versione approvata dal Parlamento apre inoltre alla possibilità di colloqui con “entità di Paesi terzi non riconosciuti” per facilitare i rimpatri. È un passaggio che può tradursi in cooperazioni con regimi autoritari o non democratici. Una possibilità che, secondo la deputata dei Verdi Melissa Camara , equivale a «una rinuncia totale ai valori dell'Unione», arrivando di fatto a legittimare interlocuzioni anche con i Talebani per il rimpatrio forzato di cittadini afghani. Una prospettiva - anche questa - che mette in discussione la coerenza dell'Unione con i propri valori fondanti.
Il testo consente periodi di detenzione fino a 24 mesi, applicabili anche a famiglie con bambini e, in certi casi, a minori non accompagnati. Questo nonostante un consenso ormai consolidato tra esperti e organismi internazionali: la detenzione dei minori non è mai compatibile con il loro interesse superiore. Il rischio concreto è che una pratica già diffusa in alcuni Stati membri venga normalizzata e ampliata, con effetti dannosi sulla salute e sullo sviluppo dei bambini coinvolti.
Un ulteriore elemento critico è la possibilità di rimpatriare minori verso Paesi con cui non hanno alcun legame significativo. In assenza di garanzie su accoglienza, protezione o unità familiare, questi trasferimenti rischiano di trasformarsi in traumi permanenti.
Il testo, poi, non affronta un problema già evidente: cosa succede quando il rimpatrio non è possibile. Oggi, molti minori restano per anni nell'UE senza uno status giuridico stabile. La nuova normativa rischia di ampliare questo limbo, aumentando al contempo il carico amministrativo e favorendo il ricorso alla detenzione come soluzione di fatto.
Pertanto, come fa notare ASGI, il testo contiene disposizioni incompatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell'UE. Anche l'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) e numerosi esperti ONU hanno già richiamato l'Unione al rispetto degli standard internazionali, in particolare per quanto riguarda la protezione dei minori. Il rischio non è solo teorico: contenziosi, ricorsi e possibili sanzioni potrebbero aumentare, aggravando ulteriormente un sistema già sotto pressione.
Sul piano politico, da registrare la soddisfazione social espressa da Giorgia Meloni dopo l'approvazione del testo da parte del PPE e dei gruppi parlamentari fascisti e nazisti presenti a Bruxelles:
"Via libera del Parlamento europeo alle nuove regole sui rimpatri: l’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza. Con i return hubs si amplia la possibilità di individuare una Nazione di rimpatrio per gli immigrati irregolari, includendo non solo i Paesi di origine ma anche i Paesi terzi. È un passaggio importante per rendere i rimpatri più efficaci, rafforzare il controllo dei confini e dare all’Europa una politica migratoria finalmente più credibile".
Ma nella pratica, queste soluzioni rischiano di essere più simboliche che efficaci, oltre che estremamente costose. L'esperienza degli hub esterni, come quello costruito in Albania, mostra già limiti evidenti: costi elevati, dubbi giuridici e impatto reale molto ridotto sui flussi migratori.
Il voto rappresenta un segnale chiaro, quanto preoccupante: una parte significativa delle istituzioni europee è disposta a sacrificare garanzie fondamentali in nome della gestione dei flussi migratori. Non è solo una questione tecnica, ma una scelta politica precisa.
E il punto è proprio questo: quando una normativa sui rimpatri arriva a mettere in discussione diritti basilari, il problema non è più l'efficacia delle misure, ma la direzione che l'Europa sta scegliendo di prendere.


