Israele resta in Libano e minaccia l’Iran dopo esser stato lasciato ai margini nell’accordo tra Usa e Teheran
Dopo la guerra e i proclami di vittoria, Netanyahu scopre che il futuro del Medio Oriente viene negoziato senza Israele. Da Katz a Ben Gvir esplode la rabbia della destra, mentre l’opposizione accusa il premier di aver trasformato i successi militari in un clamoroso fallimento politico e diplomatico.
Alla fine, dopo mesi di proclami, minacce, bombardamenti e promesse di una vittoria totale che avrebbe dovuto ridisegnare il Medio Oriente, Israele si ritrova davanti a una realtà molto meno gloriosa: gli Stati Uniti e l’Iran hanno trovato un accordo per fermare la guerra senza coinvolgere direttamente il governo di Benjamin Netanyahu.
È una fotografia politica impietosa. Lo Stato ebraico, che insieme a Washington aveva contribuito ad aprire il fronte contro Teheran, si ritrova oggi spettatore di una trattativa che dovrebbe decidere il futuro della regione. E la cosa più sorprendente è che a denunciarlo non sono gli avversari internazionali di Israele, ma gran parte della stessa classe politica israeliana.
L’intesa raggiunta tra Stati Uniti e Iran prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco dei porti iraniani e sessanta giorni di negoziati sul programma nucleare di Teheran. Secondo fonti iraniane e pakistane, comprende inoltre un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano.
Tradotto in termini politici significa una cosa molto semplice: gli obiettivi dichiarati all’inizio della guerra non sono stati raggiunti.
Non è stato eliminato il programma nucleare iraniano. Non è stato distrutto l’arsenale missilistico di Teheran. Non è crollato il regime degli ayatollah. Non sono state smantellate le reti regionali di alleanze costruite dall’Iran negli ultimi decenni.
Eppure erano proprio questi gli obiettivi che Netanyahu e i suoi alleati avevano indicato come indispensabili per giustificare un conflitto che ha incendiato il Medio Oriente.
KATZ SFIDA TUTTI: «RESTEREMO IN LIBANO»
In questo contesto assume toni quasi surreali la reazione del ministro della Difesa Israel Katz. Mentre Washington cerca di chiudere il conflitto, Katz promette che l’esercito israeliano rimarrà nel Libano meridionale senza limiti di tempo.
«Non ci ritireremo dalle zone di sicurezza», ha dichiarato, aggiungendo che interi villaggi lungo la linea di contatto verranno svuotati dei residenti e che tutte le infrastrutture considerate ostili saranno distrutte.
Parole che sembrano appartenere a una logica militare permanente, nella quale ogni tregua viene vissuta come una minaccia e ogni accordo come un ostacolo.
Non basta. Katz ha anche avvertito che qualunque eventuale attacco iraniano verrà punito «con tutta la forza».
Il messaggio è chiaro: mentre la diplomazia tenta di spegnere l’incendio, il governo israeliano continua a maneggiare benzina.
LA DESTRA ISRAELIANA CONTRO TRUMP
A rendere ancora più evidente la crisi è la reazione dei partiti della destra ultranazionalista israeliana.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito l’accordo «un disastro per Israele e per il mondo libero». Figuriamoci!
Itamar Ben Gvir, ancor più disturbato mentale del suo collega, è andato oltre, affermando che «l’accordo di Trump non ci vincola». Una dichiarazione che suona quasi paradossale.
Per anni il governo Netanyahu ha presentato il rapporto privilegiato con Washington come la garanzia assoluta della sicurezza israeliana. Ora che la Casa Bianca sceglie una strada diversa, gli stessi ambienti politici che esaltavano l’alleanza americana improvvisamente rivendicano una sovranità assoluta e accusano gli Stati Uniti di tradimento.
OPPOSIZIONE ALL’ATTACCO: «NETANYAHU HA PERSO LA GUERRA»
Se la destra attacca Trump, l’opposizione punta il dito contro Netanyahu. Yair Lapid è stato brutale: «Israele ha vinto la battaglia, Netanyahu ha perso la guerra».
Secondo il leader dell’opposizione, il premier avrebbe subito la più grave sconfitta diplomatica della storia recente del Paese.
Lapid ha persino descritto un rapporto ormai rovesciato con Washington, sostenendo che Donald Trump si sia comportato come un superiore che impartisce ordini a un subordinato.
Anche Naftali Bennett, Benny Gantz, Avigdor Liberman e Gadi Eisenkot hanno espresso giudizi devastanti sull’operato del governo.
Pur provenendo da aree politiche molto diverse, condividono una critica fondamentale: Israele avrebbe ottenuto successi militari sul terreno senza riuscire a trasformarli in risultati strategici e politici.
Una constatazione che colpisce il cuore stesso della narrazione costruita da Netanyahu negli ultimi mesi.
LA CONTRADDIZIONE DI UNA GUERRA SENZA RISULTATI
Il problema per il governo israeliano è che oggi emergono tutte le contraddizioni di una strategia fondata quasi esclusivamente sulla forza militare. Per settimane si è sostenuto che la pressione bellica avrebbe costretto l’Iran alla resa.
È accaduto il contrario.
Teheran è arrivata al tavolo negoziale mantenendo intatto il proprio regime. Hezbollah continua a esistere. Il dossier nucleare resta aperto. E gli Stati Uniti hanno scelto la strada della trattativa proprio con quel governo iraniano che avrebbe dovuto essere piegato.
A rendere la situazione ancora più imbarazzante per Netanyahu sono le parole attribuite a Donald Trump.
Secondo quanto riportato dalla stampa americana, il presidente statunitense avrebbe definito il premier israeliano «un uomo molto difficile» e avrebbe aggiunto che Israele dovrebbe essere grato agli Stati Uniti per aver evitato uno scenario ancora peggiore.
Parole che certificano una distanza politica raramente vista tra Washington e Tel Aviv.
IL PREZZO DELLA HUBRIS
L’impressione è che il governo israeliano stia pagando il prezzo di una convinzione diventata quasi dogmatica: l’idea che la superiorità militare possa sostituire la diplomazia.
Ma la storia del Medio Oriente continua a dimostrare il contrario.
Le guerre possono distruggere edifici, infrastrutture e vite umane. Possono produrre immagini spettacolari e titoli trionfalistici. Molto più raramente riescono a costruire stabilità politica.
Oggi Israele si ritrova con un accordo negoziato da altri, obiettivi dichiarati rimasti sulla carta e una classe politica che si accusa reciprocamente di aver sprecato sacrifici umani e risorse militari.
La guerra che avrebbe dovuto ridisegnare il Medio Oriente rischia così di essere ricordata per un risultato molto più modesto: aver dimostrato che perfino la forza militare più poderosa della regione non può imporre da sola l’ordine che pretende di creare.