Esteri

USA-Iran, la pace firmata da Trump e Pezeshkian apre una nuova fase: ma il Libano resta la mina pronta a far saltare tutto

La guerra tra Stati Uniti e Iran, iniziata il 28 febbraio e degenerata in uno dei più pericolosi conflitti regionali degli ultimi decenni, entra ufficialmente in una nuova fase. Washington e Teheran hanno infatti reso pubblico il testo del memorandum d’intesa firmato dai presidenti Donald Trump e Masoud Pezeshkian, un accordo provvisorio in 14 punti che prolunga il cessate il fuoco e apre sessanta giorni di negoziati per arrivare a una pace definitiva.

Si tratta di un documento che, almeno sulla carta, mette fine alle operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese, revoca gran parte delle misure economiche punitive imposte all’Iran, sblocca miliardi di dollari di beni congelati e prevede addirittura la creazione di un fondo privato da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione postbellica della Repubblica islamica.

Eppure, dietro le immagini celebrative diffuse da Teheran e l’entusiasmo mostrato dai leader del G7 riuniti a Évian, si nasconde una realtà assai più complessa. Perché l’accordo che dovrebbe chiudere la guerra rischia di scontrarsi immediatamente con il nodo più delicato e irrisolto dell’intera regione: la presenza militare israeliana nel sud del Libano.

Trump firma la pace ma minaccia nuovi bombardamenti

L’aspetto più sorprendente dell’annuncio è arrivato direttamente dal presidente statunitense. Pur avendo firmato il memorandum, Trump non ha rinunciato alla sua tradizionale retorica aggressiva. Durante una conferenza stampa a margine del G7 ha infatti dichiarato che gli Stati Uniti torneranno a bombardare l’Iran qualora Teheran non rispettasse gli impegni sottoscritti.

Parole che hanno suscitato stupore perfino tra osservatori americani. Da un lato Trump ha definito gli iraniani "persone intelligenti" e ha espresso l’auspicio che il processo negoziale porti stabilità in Medio Oriente e prezzi energetici più bassi; dall’altro ha minacciato apertamente nuovi attacchi e persino l’eliminazione dei dirigenti iraniani in caso di violazioni dell’accordo.

Il paradosso è evidente: una pace firmata sotto la minaccia esplicita di una ripresa della guerra.


Le concessioni ottenute da Teheran

Se si osservano i contenuti concreti del memorandum, emerge un dato che molti analisti faticano a ignorare. L’Iran sembra aver ottenuto molto più di quanto avesse prima dello scoppio del conflitto.

Il governo teocratico resta al proprio posto. Le capacità missilistiche balistiche non vengono eliminate. Le riserve di uranio arricchito non vengono trasferite all’estero. Non viene imposto alcuno scioglimento delle alleanze regionali con gruppi come Hezbollah. In compenso vengono revocate numerose sanzioni, sbloccati beni congelati per miliardi di dollari e garantito un enorme programma di investimenti per la ricostruzione.

Persino sul tema dei missili balistici Trump ha compiuto una clamorosa marcia indietro. Dopo aver promesso nei mesi scorsi di "radere al suolo l’industria missilistica iraniana", il presidente americano ha dichiarato a Parigi che sarebbe "ingiusto" impedire all’Iran di possedere missili se altri Paesi continuano ad averli. Una posizione che segna una netta inversione rispetto alle motivazioni utilizzate per giustificare l’intervento militare.


Il ruolo del Libano e la questione Hezbollah

Ma il vero problema dell’accordo emerge quando si guarda al Libano. Il memorandum stabilisce chiaramente la cessazione immediata e permanente delle ostilità anche sul fronte libanese. Tuttavia la situazione sul terreno racconta una storia molto diversa.

Nelle stesse ore della firma sono continuati raid aerei israeliani e bombardamenti d’artiglieria nel sud del Paese. Parallelamente Hezbollah ha lanciato nuovi attacchi con droni contro le forze israeliane, provocando vittime e feriti tra i soldati di Tel Aviv secondo le stesse fonti israeliane.

Il messaggio del movimento sciita appare chiaro: nessuna accettazione di una tregua a senso unico. Hezbollah considera l’accordo tra Stati Uniti e Iran come una dimostrazione di forza della Repubblica islamica e ritiene che Teheran abbia ottenuto un importante vantaggio negoziale. Per questo non intende né disarmarsi né rinunciare alla propria capacità militare.


Netanyahu sotto pressione

La firma dell’accordo ha evidenziato anche una crescente divergenza tra Washington e Tel Aviv. Trump ha infatti rivolto una critica, seppur moderata nei toni, al premier israeliano Benjamin Netanyahu.

"È una brava persona, ma ogni tanto si entusiasma troppo", ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che Israele non dovrebbe demolire un edificio ogni volta che sospetta la presenza di un membro di Hezbollah. Parole che rappresentano probabilmente il rimprovero più esplicito rivolto da Trump all’alleato israeliano dall’inizio della crisi.

Dietro questa frase apparentemente leggera si nasconde però una tensione politica reale. Netanyahu non ha mai nascosto le proprie perplessità sull’intesa con Teheran e continua a considerare Hezbollah e l’Iran una minaccia esistenziale.


L'occupazione del sud del Libano rischia di far deragliare la pace

La questione più delicata riguarda la presenza delle truppe israeliane nel sud del Libano. L’esercito israeliano ha pubblicato una mappa delle proprie posizioni, confermando la presenza di forze militari fino a circa dieci chilometri all’interno del territorio libanese e ribadendo che le operazioni continueranno per eliminare quelle che definisce "minacce".

Secondo fonti vicine al governo Netanyahu, Israele non avrebbe alcuna intenzione di ritirarsi dalle aree occupate. Ed è qui che emerge la contraddizione centrale. Se il memorandum impone la fine delle ostilità su tutti i fronti, il mantenimento dell’occupazione militare israeliana nel Libano meridionale rischia di rendere impossibile la piena applicazione dell’accordo.

Molti osservatori ritengono che Tel Aviv cercherà di ottenere da Washington il via libera a una permanenza prolungata, giustificandola con esigenze di sicurezza e con il mancato disarmo di Hezbollah. Altri vanno oltre e ipotizzano tentativi di sabotaggio politico o militare dell’intesa per impedirne il consolidamento.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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