Le tariffe di Trump: il populismo economico che sta dissanguando gli americani
Non serve un dottorato in economia per capire che le nuove tariffe statunitensi non le stanno pagando "gli stranieri cattivi". Le stanno pagando — e in modo salato — le aziende e i consumatori americani. È la solita favola del nazionalismo economico: il leader urla "America First!", ma alla fine a rimetterci è proprio l'America.
Donald Trump ha sbandierato ai quattro venti che sarebbero stati gli esportatori stranieri ad accollarsi il costo dei suoi dazi. Una mossa "intelligente", a suo dire, per riportare la produzione in patria e far inginocchiare la concorrenza. Ma i numeri — quelli veri, non gli slogan — raccontano un'altra storia: sono le imprese americane a pagare il conto, e una parte crescente di quel costo si sta riversando sui consumatori, cioè sulla gente comune.
Secondo le ricerche di Harvard e Yale, la maggior parte dei costi dei dazi ricade sulle aziende statunitensi, che stanno cercando disperatamente di non affondare. I prezzi dei prodotti importati sono già saliti di circa il 4%, quelli nazionali del 2%. E non parliamo di beni di lusso, ma di cose quotidiane: caffè, prodotti per la casa, abbigliamento. L'effetto è chiaro: la vita costa di più, mentre i salari stagnano.
Chi paga davvero?
Trump e i suoi portavoce ripetono che è solo una "fase di transizione". Ma questa "transizione" ha già spinto l'inflazione verso l'alto, complicando il lavoro della Federal Reserve. I dazi, partiti da un modesto 2%, sono ora intorno al 17% — un salto che brucerebbe qualsiasi economia aperta al commercio globale.
E mentre la Casa Bianca finge che sia tutto sotto controllo, i colossi industriali — da Procter & Gamble a EssilorLuxottica fino a Swatch — alzano i prezzi senza pietà. I produttori stranieri non stanno assorbendo i costi; li stanno semplicemente riversando su chi importa. Esattamente il contrario della narrazione ufficiale.
Inflazione travestita da patriottismo
Il risultato è un cocktail esplosivo: dazi più alti, inflazione più alta, salari fermi. La Fed stessa stima che i dazi stiano contribuendo fino a 40 punti base all'aumento dell'inflazione di base. Altri studi parlano di un impatto vicino all'1% in più nel giro di un anno.
Ma la risposta politica? Negazione e propaganda. Il nuovo governatore della Fed, Stephen Miran — in "prestito" dall'amministrazione Trump — dice che "non è un problema serio". Certo, non lo è per chi siede a Washington. Per chi fa la spesa ogni settimana, invece, è un massacro quotidiano.
Effetto domino globale
E come sempre, quando gli Stati Uniti alzano muri economici, anche il resto del mondo finisce per pagarne le conseguenze. L'Europa ha visto le sue esportazioni verso gli USA crollare: -4,4% a luglio, con la Germania — ex locomotiva industriale del continente — in caduta libera del 20%. La WTO ha tagliato le previsioni di crescita del commercio globale allo 0,5%, praticamente stagnazione.
Il paradosso finale
La promessa di "riportare il lavoro in America" si sta traducendo in un colossale trasferimento di ricchezza dai lavoratori americani alle corporation che possono permettersi di aumentare i prezzi. Nessuna "rinascita industriale", nessun "rinvio strategico delle catene di fornitura": solo margini più stretti per le piccole imprese, salari erosi dall'inflazione, e un'economia che zoppica.
Trump ha scommesso sulla paura e sull'illusione del protezionismo. Ma la realtà è che il protezionismo non protegge nessuno, se non i grandi gruppi che possono manipolare i prezzi. A pagare, ancora una volta, sono i cittadini comuni.
Dietro la retorica del patriottismo economico si nasconde la verità più amara: le tariffe non sono una difesa della nazione, ma una tassa sulla classe lavoratrice.
Ogni aumento di prezzo sugli scaffali è un promemoria di questo fallimento politico. E finché i governi continueranno a usare i dazi come arma di propaganda, il costo reale lo pagheranno sempre gli stessi: i cittadini, non i colpevoli.