Dopo quasi due settimane dall'inizio della guerra contro l'Iran, una cosa appare ormai evidente: l'amministrazione Trump è entrata nel conflitto senza una vera strategia. Nessun piano chiaro su quando e come la guerra dovrebbe finire. Nessuna definizione precisa di vittoria. Solo una sequenza confusa di obiettivi che cambiano giorno dopo giorno, mentre il Medio Oriente brucia e i mercati energetici impazziscono.
Dietro le quinte della Casa Bianca, secondo diverse ricostruzioni, è in corso una vera e propria lotta di potere tra consiglieri, falchi militari, strateghi politici e consulenti economici. Tutti cercano di influenzare il presidente su una questione fondamentale: come uscire da una guerra iniziata senza sapere davvero dove avrebbe portato.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Messaggi contraddittori, obiettivi che cambiano continuamente e un presidente che sembra oscillare tra dichiarazioni trionfalistiche e improvvisi ripensamenti.
“Abbiamo vinto”… oppure no
Trump aveva promesso di evitare “stupide guerre” all'estero. E invece il 28 febbraio ha trascinato gli Stati Uniti nel più grande intervento militare dalla guerra in Iraq del 2003.
All'inizio gli obiettivi erano grandiosi: fermare un attacco imminente dell'Iran, distruggere il programma nucleare, indebolire il regime degli ayatollah e, implicitamente, aprire la strada a un cambio di regime a Teheran. Poi, con il passare dei giorni e con l'aumento dei prezzi del petrolio, il tono è cambiato.
Negli ultimi interventi pubblici il presidente ha iniziato a parlare di una “operazione limitata” e quasi conclusa. Durante un comizio nel Kentucky ha persino dichiarato: “Abbiamo vinto la guerra.”Salvo poi aggiungere, pochi secondi dopo: “Non vogliamo andarcene troppo presto. Dobbiamo finire il lavoro.” Una frase che riassume perfettamente il caos strategico dell'intera operazione... o la confusione mentale da cui potrebbe essere afflitto da Donald Trump.
Una Casa Bianca divisa
All'interno dell'amministrazione la tensione è altissima.
Da una parte ci sono i consiglieri economici e politici che temono l'impatto della guerra sull'economia americana. L'aumento del prezzo del petrolio e della benzina rischia di erodere rapidamente il consenso interno proprio mentre i repubblicani difendono una fragile maggioranza al Congresso in vista delle elezioni di midterm.
Dall'altra parte si muovono i falchi repubblicani, come i senatori Lindsey Graham e Tom Cotton, che spingono per continuare l'offensiva militare fino a colpire duramente il regime iraniano e impedirgli definitivamente di sviluppare un'arma nucleare.
In mezzo c'è un terzo fronte: l'ala populista del movimento trumpiano. Personaggi influenti come Steve Bannon e Tucker Carlson stanno mettendo in guardia il presidente dal rischio di rimanere intrappolato nell'ennesima guerra infinita in Medio Oriente, esattamente ciò che Trump aveva promesso di evitare.
Il risultato è una politica estera che cerca disperatamente di parlare a tre pubblici diversi contemporaneamente: i falchi che vogliono continuare la guerra, i mercati che chiedono stabilità e l'elettorato MAGA che teme un nuovo Afghanistan.
I risultati militari e il fallimento politico
Dal punto di vista militare gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto colpi durissimi all'Iran. Migliaia di obiettivi sono stati colpiti, numerosi comandanti eliminati, parte dell'arsenale missilistico distrutto e gran parte della marina iraniana neutralizzata.
Ma questi successi rischiano di essere politicamente inutili. Teheran non è crollata. Il regime è ancora in piedi. E soprattutto l'Iran ha reagito nel modo più efficace possibile: colpendo il cuore del sistema energetico mondiale. Gli attacchi alle petroliere nel Golfo e la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz – da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – hanno provocato uno shock nei mercati energetici e fatto impennare i prezzi.
In altre parole: anche se militarmente indebolito, l'Iran ha trovato il modo di colpire l'Occidente dove fa più male.
L'illusione di una guerra facile
Uno degli errori più gravi della Casa Bianca sembra essere stato un clamoroso errore di valutazione. Secondo diverse fonti vicine all'amministrazione, Trump avrebbe pensato che la campagna contro l'Iran potesse replicare il modello dell'operazione lampo condotta in Venezuela a gennaio, quando un raid americano aveva portato alla cattura di Nicolás Maduro e al rapido collasso del suo potere.
Ma l'Iran non è il Venezuela. È uno Stato con un apparato militare radicato, una rete regionale di alleati armati e un regime che ha dimostrato per decenni una notevole capacità di sopravvivenza. Pensare di piegarlo con qualche settimana di bombardamenti era, nella migliore delle ipotesi, una speranza ingenua.
La guerra senza uscita
Il vero problema ora è che nessuno sa come finirà questa guerra. Gli obiettivi iniziali sono cambiati troppe volte. Il programma nucleare iraniano non è stato definitivamente eliminato. Il regime non è crollato. E la regione è ormai coinvolta in un conflitto che tocca almeno sei Paesi.
Paradossalmente, per Teheran potrebbe bastare una sola cosa per proclamare la vittoria: sopravvivere. Se il regime rimarrà in piedi e continuerà a colpire interessi occidentali, l'Iran potrà sostenere di aver resistito all'assalto combinato di Stati Uniti e Israele.
E in politica, soprattutto in Medio Oriente, la sopravvivenza è spesso la forma più pura di vittoria.
Un azzardo globale
La verità è che la guerra contro l'Iran appare sempre più come un gigantesco azzardo politico. Un conflitto lanciato senza un obiettivo finale chiaro, senza un piano per il “giorno dopo” e con la speranza – più che la strategia – che gli eventi si pieghino alla volontà di Washington.
La storia americana è piena di guerre iniziate con la promessa di essere rapide e decisive. Vietnam, Iraq, Afghanistan insegnano quanto sia pericoloso credere a questa illusione. Oggi il mondo rischia di assistere all'ennesimo capitolo di quella stessa storia.
E questa volta il prezzo potrebbe essere pagato non solo dagli Stati Uniti, ma dall'intera economia globale.


