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Per ‘Le Roi’ inaccettabile assenza dell’Italia ai Mondiali di calcio!

Il calcio italiano deve ripartire dai ragazzi: il vivaio non è più una scelta, è una necessità!

Le parole di Michel Platini hanno il peso di chi il calcio lo ha vissuto da protagonista e di chi, prima ancora di diventare un simbolo, ha conosciuto la fatica di costruire un movimento capace di produrre talento. Quando Le Roi dice che “Il calcio italiano deve ripartire da zero per tornare competitivo, deve fare quello che abbiamo fatto in Francia quando non andavamo mai ai Mondiali. Si riparta dalla costruzione di un centro di educazione e formazione per tutto il sistema. In Francia questo ha dato i suoi frutti”: non è accettabile vedere la Nazionale italiana fuori dal Mondiale per tre volte di fila, fotografa una realtà che va oltre il risultato di una partita o una qualificazione mancata.

L’ex n.10 dalla Juventus e della Francia ha poi spiegato che tornerà nel mondo del calcio ma solo come consigliere ed ha escluso di farlo con la Juventus. “Quando penso alla Juve penso ai tifosi, ai bellissimi anni che ho trascorso qui, all’impegno della famiglia Agnelli – ha detto – ma escludo di poter fare parte della dirigenza. Quella che si è appena conclusa è stata una stagione non troppo positiva, ma sarebbe bastato vincere la partita con la Fiorentina per rivalutare l’intera annata. Il calcio è così”.

Non mancherà in futuro, però, il suo impegno nel mondo del pallone: “Ho dei progetti sul calcio, è vero, ma solo come consigliere. Non ho intenzione di entrare in una società o in una organizzazione. L’ho fatto in passato e va bene così. Non ho più cinquant’anni…”.

Insomma, l’Italia non può permettersi un’altra eliminazione dalla storia del calcio mondiale. Non può restare per la quarta volta consecutiva sul divano mentre altre nazioni si giocano il torneo più importante. Sarebbe una ferita sportiva, ma soprattutto il segnale definitivo di un sistema che non ha ancora avuto il coraggio di cambiare.

Platini ha ricordato il modello francese: dopo anni difficili, la Francia scelse di azzerare tutto e investire sulla formazione, creando strutture, percorsi e una cultura del talento. Non fu soltanto una decisione calcistica, ma una scelta di sistema. Da quella rivoluzione nacquero generazioni di giocatori che hanno riportato la Francia ai vertici mondiali.

Ecco il punto da cui deve ripartire anche il calcio italiano: il vivaio.

Per troppo tempo i club hanno considerato i settori giovanili quasi come un obbligo burocratico, una voce di bilancio da mantenere più che una fabbrica di futuro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le squadre italiane scendono in campo spesso con undici stranieri, ma il problema ormai è ancora più profondo. Anche le panchine sono diventate terreno di conquista per giocatori stranieri, spesso senza quel valore tecnico e caratteriale che giustifichi davvero l’occupazione di uno spazio che potrebbe essere destinato a un ragazzo italiano.

Non si tratta di una questione di nazionalità o di chiudere le porte al mondo. Il calcio moderno è globale e Platini stesso lo ha sottolineato parlando di un gioco ormai sviluppato ovunque. Le grandi squadre europee sono costruite su un mix internazionale, e sarebbe un errore pensare a un ritorno al passato fatto di confini e limitazioni.

Il problema è un altro: l’Italia importa troppi giocatori medi e produce troppo poco talento.

Un club deve tornare ad avere il coraggio di far crescere un ragazzo, di aspettarlo, di accettare qualche errore in più nei primi anni. La cultura del risultato immediato ha spinto molte società a cercare scorciatoie sul mercato, preferendo acquistare un calciatore già pronto piuttosto che costruire un percorso. Ma senza giovani italiani pronti per il massimo livello, la Nazionale diventa inevitabilmente più fragile.

Servono centri di formazione moderni, allenatori preparati, investimenti reali e una strategia comune. Servono meno parole e più strutture. La crescita di un talento non può dipendere dal caso, dalla fortuna o dall’occhio di un singolo osservatore.

L’Italia ha una storia calcistica enorme, ma la storia non basta. Non si vive di ricordi, di quattro Mondiali vinti o di grandi generazioni passate. Ogni epoca deve produrre i propri campioni. Se un tempo il nostro calcio sapeva regalare giocatori come difensori, registi, fantasisti e attaccanti capaci di segnare un’epoca, oggi dobbiamo chiederci perché facciamo così fatica a trovare calciatori italiani destinati a diventare protagonisti.

La risposta è nei campi di periferia, nelle scuole calcio, nei settori giovanili dei club professionistici. È lì che si decide il futuro della Nazionale.

Il calcio italiano deve avere il coraggio di fare una rivoluzione culturale: meno mercato come soluzione a ogni problema e più formazione come investimento strategico. Perché una Nazionale competitiva nasce prima dei grandi tornei, nasce anni prima, quando un bambino entra per la prima volta in un centro sportivo e qualcuno decide di insegnargli non solo a giocare, ma a diventare un calciatore.

Il tempo degli alibi è finito. La prossima assenza mondiale non sarebbe solo una mancata qualificazione: sarebbe la conferma che non abbiamo imparato nulla.

L’Italia deve tornare a produrre talenti. Deve tornare ad avere giocatori cresciuti con la maglia azzurra come obiettivo. Perché un Paese che vive di calcio non può continuare a cercare fuori ciò che non riesce più a costruire dentro casa.

Autore Freeskipper Italia
Categoria Sport
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