I militari israeliani in Cisgiordania ogni settimana uccidono un bambino palestinese e l’Occidente continua a fingere di non vedere
L’Unicef denuncia settanta minori palestinesi uccisi dal gennaio 2025, il 93% dei quali colpiti dalle forze israeliane. Mentre Gaza monopolizza l’attenzione internazionale, in Cisgiordania cresce una guerra a bassa intensità contro civili, famiglie e bambini, nel silenzio quasi totale delle cancellerie occidentali.
C’è un dato che, da solo, dovrebbe scuotere governi, parlamenti e opinioni pubbliche occidentali: un bambino palestinese ucciso ogni settimana nella Cisgiordania occupata. Non a Gaza, devastata da mesi di guerra e bombardamenti, ma in un territorio che ufficialmente non sarebbe nemmeno un fronte di guerra aperta. A denunciarlo è l’Unicef, attraverso le parole del portavoce James Elder, che da Ginevra ha certificato una realtà ormai difficilmente occultabile: dal gennaio 2025 sono stati uccisi almeno settanta minori palestinesi, mentre altri 850 sono rimasti feriti. E il 93% delle vittime è stato colpito dalle forze israeliane, spesso utilizzando vere munizioni.
Dietro la freddezza delle percentuali si nasconde però qualcosa di molto più grave di una semplice escalation militare. Si sta consolidando, settimana dopo settimana, una normalizzazione della violenza contro i civili palestinesi che rischia di diventare strutturale, quasi amministrativa. La morte di un minore palestinese non provoca più indignazione globale, non interrompe vertici diplomatici, non genera sanzioni immediate, non produce rotture politiche significative. Diventa una statistica che scorre nei rapporti delle organizzazioni internazionali, destinata a sparire rapidamente dal ciclo mediatico occidentale.
Ed è proprio questa assuefazione a rappresentare uno degli aspetti più inquietanti della crisi. Perché la Cisgiordania, pur essendo formalmente distinta dalla devastazione di Gaza, sta vivendo una progressiva militarizzazione fatta di raid continui, posti di blocco, incursioni armate, demolizioni di abitazioni, arresti di massa e uso sistematico della forza letale. In questo contesto, i bambini palestinesi crescono dentro una quotidianità dominata dalla presenza costante delle armi. Le scuole, le abitazioni, perfino le infrastrutture idriche — come ricorda l’Unicef — diventano parte di un ecosistema di pressione permanente.
La denuncia dell’agenzia ONU è particolarmente pesante perché non arriva da un’organizzazione militante o da ambienti politici schierati, ma da una delle principali istituzioni internazionali dedicate alla tutela dell’infanzia. Quando l’Unicef chiede a Israele di adottare “misure immediate e decisive” per fermare l’uccisione e il ferimento dei minori palestinesi, sta implicitamente certificando il fallimento dell’attuale sistema di protezione internazionale. E quando invita gli Stati con influenza su Israele a utilizzare il proprio peso politico per imporre il rispetto del diritto internazionale, il riferimento agli Stati Uniti e all’Unione Europea appare fin troppo evidente.
Il problema, però, è che proprio quelle potenze che continuano a definirsi custodi dell’ordine internazionale non sono intenzionate a esercitare una pressione reale sul governo israeliano. Le condanne verbali si moltiplicano, ma raramente vengono accompagnate da conseguenze concrete. E così il diritto internazionale finisce per apparire selettivo: rigidissimo con alcuni Stati, flessibile o quasi invisibile con altri.
In Europa, il paradosso è ormai evidente. Governi che hanno costruito la propria retorica politica sulla difesa dei diritti umani, della legalità internazionale e della protezione dei civili evitano accuratamente qualsiasi misura che possa mettere realmente in difficoltà Israele. Le stesse immagini che, in altri contesti geopolitici, provocherebbero campagne diplomatiche immediate, in Cisgiordania vengono spesso archiviate come inevitabili “effetti collaterali” di una situazione di sicurezza complessa. È una doppia morale che sta logorando la credibilità occidentale ben oltre il Medio Oriente.
Naturalmente, il tema della sicurezza israeliana esiste ed è reale. Gli attacchi contro civili israeliani, il terrorismo e la violenza armata rappresentano minacce concrete che nessuno Stato ignorerebbe. Ma proprio per questo la risposta dovrebbe mantenersi entro i limiti del diritto internazionale e della proporzionalità. Quando il numero di bambini uccisi cresce con questa regolarità, quando l’uso di munizioni vere contro minori diventa ricorrente, quando persino l’ONU lancia allarmi sempre più espliciti, il problema non può più essere liquidato come semplice “gestione della sicurezza”.
La questione centrale, ormai, riguarda la progressiva disumanizzazione del popolo palestinese nello spazio pubblico occidentale. Un processo che si manifesta anche nel linguaggio politico e mediatico: le vittime palestinesi vengono spesso trasformate in numeri indistinti, prive di volto, di storia, di individualità. E quando a morire sono bambini, la reazione internazionale appare comunque incomparabilmente più debole rispetto ad altri scenari di guerra.
È questo squilibrio morale, prima ancora che geopolitico, ad alimentare rabbia, radicalizzazione e sfiducia nelle istituzioni internazionali. Perché ogni volta che il diritto internazionale viene percepito come applicabile solo ad alcuni, perde parte della propria legittimità universale. E ogni volta che la morte di un bambino viene trattata come un fatto inevitabile, si compie un ulteriore passo verso la normalizzazione dell’orrore.
La Cisgiordania, oggi, rischia di diventare il laboratorio di questa normalizzazione: un territorio in cui l’occupazione permanente, la superiorità militare assoluta e l’assenza di pressioni efficaci da parte della comunità internazionale producono un sistema dove perfino la morte dei minori smette di essere uno scandalo globale. Ed è forse proprio questo il dato più devastante contenuto nel rapporto dell’Unicef: non soltanto il numero dei bambini uccisi, ma il fatto che il mondo sembri ormai incapace di scandalizzarsi davvero.