Un caso che potrebbe diventare un precedente legale per gli attivisti pro-Palestina negli Stati Uniti.
Mahmoud Khalil, attivista palestinese di 30 anni ed ex studente della Columbia University, ha presentato una richiesta formale di risarcimento da 20 milioni di dollari contro l’amministrazione Trump. La denuncia, depositata giovedì 10 luglio ai sensi del Federal Tort Claims Act, accusa il governo statunitense di detenzione illegale, persecuzione politica e diffamazione pubblica. Nonostante il possesso della carta verde, Khalil era stato arrestato lo scorso marzo e detenuto per oltre tre mesi in un centro per immigrati in Louisiana, senza che venisse formulata alcuna accusa penale a suo carico.
Secondo i suoi avvocati, Khalil è stato arrestato sulla base di una legge raramente applicata, pensata per espellere stranieri considerati "ostili" alla politica estera americana. Il pretesto fornito dall’amministrazione Trump? Presunti legami con Hamas e promozione dell’antisemitismo — accuse mai supportate da prove concrete.
Durante i 104 giorni di detenzione, la moglie di Khalil ha dato alla luce il loro primo figlio a New York. Per lui, la detenzione non è stata altro che una ritorsione politica per il suo ruolo di spicco nelle proteste universitarie a favore della Palestina. «Quello che voglio davvero è responsabilità per quello che mi è stato fatto», ha dichiarato Khalil, chiarendo che il risarcimento richiesto non è finalizzato a un guadagno personale, ma a ottenere un riconoscimento formale dell’ingiustizia subita.
La denuncia nomina direttamente il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e il Dipartimento di Stato. In una dichiarazione via email, la portavoce del DHS, Tricia McLaughlin, ha bollato come «assurda» la richiesta, accusando Khalil di «comportamenti e retorica odiosi». Nessun commento, invece, da parte della Casa Bianca e dell’ICE.
Il procedimento di espulsione nei confronti di Khalil è tuttora aperto presso la Corte per l’immigrazione. Anche in questo contesto, le accuse sembrano reggersi su basi fragili, riconducibili più a un’azione punitiva che a reali infrazioni. «Stanno abusando del loro potere perché si credono intoccabili», ha dichiarato l’attivista. «Ma finché non ci sarà responsabilità, continueranno ad agire impunemente».
Il caso Khalil rischia di diventare un precedente scomodo per le autorità statunitensi, perché mette sotto accusa l’uso politico delle leggi sull’immigrazione e apre la porta a futuri ricorsi legali da parte di attivisti perseguitati per le loro posizioni ideologiche. È un primo colpo legale concreto contro una stagione politica in cui le critiche alla linea americana sul conflitto israelo-palestinese sono state spesso silenziate con mezzi giudiziari e amministrativi.
In definitiva, la richiesta di risarcimento da 20 milioni di dollari è solo la punta dell’iceberg. Quello che Khalil chiede — e che altri potrebbero presto rivendicare — è giustizia. E, soprattutto, responsabilità.


