Negli ultimi giorni, a fronte del dibattito politico sul salario minimo, pare sia sceso nuovamente il campo l’ex ministro Brunetta, oggi presidente del CNEL, il Consiglio nazionale di economia e del lavoro. Non è tanto sulla proposta in sé presentata, né sulla difficile e delicata questione del salario minimo che mi voglio focalizzare, quanto su un episodio, risalente a ormai più di un anno fa, che ha visto protagonista proprio l’On. Brunetta, all’epoca anche ministro per la Pubblica Amministrazione.
Ebbene, durante un comizio pubblico in vista delle elezioni comunali a Mira, alla replica di un lavoratore dipendente e alla sua richiesta di poter prendere parola usando il microfono, l’ex ministro gli rispose in maniera non proprio garbata e democratica, gridandogli di stare al proprio posto, continuando a fare il tappezziere e il dipendente, come se quest’ultimo aspetto lo rendesse una persona di poco valore e nelle condizioni di non potersi vedere riconosciuto il diritto di esprimere un proprio pensiero, condivisibile o meno.
Non è un’esagerazione, anzi, citando testualmente le parole dell’allora ministro, alla richiesta di replica, il lavoratore ricevette tale risposta:" Il microfono ce l’ho io, quindi decido io se puoi parlare o meno”, aggiungendo sarcasticamente ma neanche tanto:" Così funziona in Democrazia, no?”
Tutto questo accadeva il 17 giugno del 2022 da un palco durante un comizio elettorale ed oggi è molto importante riascoltarlo e rendersi conto del peso di quelle parole, proprio a fronte del fatto che in questi giorni Brunetta è “al lavoro” per fornire proposte sul salario minimo.
Il punto, però, qui non è tanto se sia giusta o meno la proposta di salario minimo, quanto piuttosto riflettere sulla inadeguatezza rispetto a un’escalation di toni e di aggressività, soprattutto di fronte a un tale abuso di potere da parte di un ministro nei confronti di un cittadino.
Senza entrare nel merito della questione relativa alla proposta di legge sul salario minimo, è estremamente significativa l’immagine sociale che l’allora ministro Brunetta ha voluto, anche in questa vicenda, ribadire: sei riuscito a metterti in proprio, allora meriti un plauso; sei un dipendente, vuol dire che non hai faticato e rischiato abbastanza nella vita e meriti di accettare quello che ti viene offerto. In realtà, non è proprio così che un bravo e intelligente imprenditore, e c’è ne sono sicuramente molti, ragiona, anzi sono i primi a ribadire l’importanza della cooperazione, a riconoscere il valore dell’impegno e del lavoro dei propri dipendenti, consapevoli che solo in questo modo si può produrre un clima di sviluppo e crescita all’interno dell’azienda, creando le condizione per la realizzazione di un vero e proprio gruppo coeso e affiatato.
I veri lavoratori in proprio non sono coloro che, raggiunto il proprio ruolo, se ne fregano di riconoscere quanti con impegno hanno creduto in un progetto e in una visione di lunga durata. L’imprenditore è colui che sicuramente sarebbe disposto a lasciare il microfono al proprio dipendente per chiedere un parere, per instaurare un dialogo e confrontarsi. Tutto questo demolito, ridicolizzato e banalizzato di fronte alla strafottenza di un politico che si vanta di avere un unico padrone, lo stato.
Eh sì perché qualche battuta prima, l’allora ministro Brunetta ribadì in maniera categorica quanto spesso gli diceva suo padre, ossia “Mai sotto padrone”, consegnando in questo modo un’immagine distorta e anche compromettente di quelli che sono i rapporti di lavoro, segnalando la brutalità e la bassezza di un discorso di una tale aggressività linguistica, che porta all’auto sabotaggio di colui che parla.
Una cosa è certa, l’ex ministro Brunetta con le sue parole ha calpestato e denigrato sia il lavoratore in proprio che il dipendente, riconsegnando ancora una volta un’immagine sociale non più degna di essere accettata. Forse non sarebbe il caso di consentire che qualcuno, addirittura in veste di ministro, convinto che questo ruolo possa consentirgli di negare il diritto di replica a qualcuno, possa avere voce in capitolo su un tema così delicato e centrale come il lavoro.

