A Tel Aviv cresce in Israele la protesta contro la guerra con l’Iran: in piazza oltre mille persone, scontri con la polizia. Habima Square, cuore della protesta
Da poche decine a oltre mille persone in un mese. È questa la curva in ascesa delle proteste contro la guerra con l’Iran che stanno prendendo forma nel cuore di Tel Aviv, a Habima Square, diventando uno dei segnali più evidenti di un malcontento crescente nella società israeliana.
A raccontarlo è uno degli attivisti della sinistra radicale israeliana che, insieme ad altri manifestanti, ha animato le prime mobilitazioni. All’inizio erano appena una ventina. Tre giorni dopo l’inizio del conflitto, solo pochi presidiavano la piazza. Una settimana più tardi erano diventati circa cento. Sabato scorso, invece, la svolta: oltre mille persone, con manifestazioni parallele in decine di città del Paese.
Un’evoluzione che ha sorpreso anche le autorità. La risposta della polizia: arresti e uso della forza.
Secondo le testimonianze, la crescita delle proteste è stata accompagnata da una risposta sempre più dura da parte della polizia israeliana.
Già nei primi giorni, ogni manifestazione si concludeva con arresti mirati e dispersioni violente: spintoni, manganellate, cartelli strappati. Nelle settimane successive, con l’aumento dei partecipanti, la tensione sembrava essersi attenuata, pur in presenza di un massiccio dispiegamento di forze.
Poi, sabato, il cambio di passo.
Centinaia di agenti, tra polizia regolare e unità di frontiera militarizzate, hanno circondato la piazza. Pochi minuti dopo l’inizio dei cori, sono partiti gli interventi: manifestanti gettati a terra, arresti immediati, uso della forza indiscriminato.
Tra i fermati anche Itamar Greenberg, obiettore di coscienza già arrestato in precedenza e sottoposto — secondo quanto riportato — a una perquisizione corporale illegittima.
La versione ufficiale della polizia parla di una manifestazione vietata per motivi di sicurezza, legati al rischio di attacchi missilistici. Una giustificazione contestata dagli attivisti: la piazza, infatti, si trova sopra uno dei più grandi rifugi pubblici della città, capace di accogliere migliaia di persone.
Al di là degli scontri, ciò che emerge è un dato politico: la composizione delle proteste sta cambiando.
Accanto agli attivisti storici, stanno arrivando nuovi partecipanti. Persone che inizialmente non si opponevano alla guerra, né provenivano da ambienti militanti contro l’occupazione o il conflitto a Gaza. Ma che, settimana dopo settimana, hanno maturato una convinzione diversa: la guerra non porterà sicurezza, né risultati concreti.
In piazza si è creata una convergenza minima ma significativa: porre fine al conflitto.
Una convergenza che, però, non trova riscontro nelle istituzioni.
Secondo quanto denunciato dagli stessi manifestanti, manca una vera opposizione parlamentare alla guerra. A eccezione di pochi deputati palestinesi e di esponenti ebrei non sionisti, la Knesset appare sostanzialmente allineata sulle posizioni del governo.
Anche i leader del centro-sinistra risultano assenti dalle piazze. Figure di primo piano e movimenti che in passato avevano mobilitato contro altre politiche del governo — come la riforma giudiziaria — non hanno preso posizione contro il conflitto.
Un’assenza che pesa, soprattutto mentre cresce una parte dell’opinione pubblica sempre più critica verso quella che viene percepita come una guerra senza sbocchi.
Quello che è accaduto sabato a Habima Square non è stato soltanto uno scontro tra manifestanti e forze dell’ordine. È stato anche il segnale di una frattura più profonda.
Da un lato, una parte della società che inizia a mettere in discussione la guerra e i suoi obiettivi. Dall’altro, un sistema politico che continua a parlare il linguaggio della “missione da completare”, senza intercettare questo cambiamento.
La repressione delle proteste, anziché fermare il dissenso, sembra aver rafforzato il senso di solidarietà tra i manifestanti. E, paradossalmente, potrebbe contribuire ad allargare ulteriormente il fronte del dissenso.
Perché, mentre la guerra prosegue, anche dentro Israele qualcosa si sta muovendo. E questa volta, non riguarda solo una minoranza militante, ma una parte sempre più ampia della società.
Fonte: Locall Call - +972 Magazine