A un mese dall'inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il campo di battaglia si è trasformato in qualcosa di inatteso: non una guerra convenzionale, ma una logorante strategia di resistenza che ricorda più un'insurrezione che uno scontro tra Stati.
Teheran, pur colpita duramente da bombardamenti continui, continua a infliggere danni rilevanti. Non vince sul piano militare classico, ma riesce a colpire dove fa più male: economia globale, rotte energetiche, stabilità dei mercati. È una guerra asimmetrica, costruita per durare.
Il cuore del conflitto non è solo nei cieli sopra l'Iran, ma nelle acque dello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Oggi quello stretto è quasi paralizzato.
Teheran ha trasformato la sua posizione geografica nel principale strumento di pressione: lascia passare solo alcune navi, decide tempi e condizioni, e soprattutto mantiene una minaccia costante grazie a missili e droni. Anche con una marina fortemente indebolita, riesce di fatto a tenere in ostaggio una delle arterie vitali dell'economia mondiale.
Le conseguenze sono immediate e globali: prezzi del petrolio in forte aumento, borse in calo, rincaro generalizzato dei beni di consumo. L'impatto è particolarmente duro per i Paesi asiatici, principali importatori di greggio dalla regione, ma l'effetto domino colpisce anche Europa e Stati Uniti. Perché il petrolio è ovunque: nei trasporti, nella produzione industriale, nella logistica. Oggi il Brent ha oscilla abbondantemente sopra i 100 dollari, con picchi anche oltre i 110 dollari, mentre il WTI resta sotto ma vicino ai 100 dollari al barile.
E quando il prezzo del petrolio aumenta, aumenta tutto.
L'Iran non può battere militarmente gli Stati Uniti. Lo sa. E ha adattato la propria strategia di conseguenza. L'obiettivo è semplice quanto efficace: temporeggiare e sopravvivere. In fondo, non è una strategia nuova. Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica non affrontò mai direttamente Annibale, ma ne minò la resistenza temporeggiando e prolungando il conflitto. Kutuzov accettò lo scontro aperto con le truppe di Napoleone solo nella battaglie di Borodino, ma prima e dopo adottò una strategia di logoramento, facendo terra bruciata per impedire che i francesi potessero rifornirsi... poi ci pensò l'inverno.
Teheran sta facendo lo stesso - anche se la strategia dello Stato islamico non è dettata da una scelta ma imposta dalla disparità delle forze in campo - utilizzando lanciamissili mobili nascosti anche su camion civili, sfruttando basi sotterranee costruite negli anni, applicando la tattica del “colpisci e fuggi”, disperdendo le proprie risorse per renderle meno vulnerabili.
È una dottrina già vista nei gruppi alleati dell'Iran, come i ribelli Houthi nello Yemen o le milizie sciite in Iraq. E funziona: consente di colpire senza esporsi troppo, di resistere ai bombardamenti e di prolungare il conflitto.
Anche se, secondo “ripetute” dichiarazioni americane e israeliane, resterebbe solo una frazione dell'arsenale missilistico iraniano, l'Iran sembra possedere ancora capacità più che sufficienti per destabilizzare la regione.
Così, per il presidente americano Donald Trump, la situazione, ogni giorno che passa, si fa sempre più probelmatica. L'impennata dei prezzi e il costo della vita in aumento arrivano in un momento politicamente sensibile, a pochi mesi dalle elezioni di medio termine. Il conflitto, anziché rafforzarlo, rischia di diventare un boomerang.
Ad oggi Le opzioni sono tre: negoziare un cessate il fuoco (ipotesi dichiarata da Washington ma smentita da Teheran),
chiudere il conflitto senza una vittoria chiara, scegliere l'opzione di una escalation con l'entrata in campo dell'esercito ma con il rischio di un bagno di sangue... anche per le truppe USA.
Trump ha già inviato rinforzi militari nella regione e fissato un ultimatum: se entro il 6 aprile lo stretto non verrà riaperto, gli Stati Uniti potrebbero colpire centrali elettriche iraniane. Una strategia definita da alcuni analisti come “escalation per de-escalare”: aumentare la pressione per forzare una trattativa. Ma il rischio è evidente: superare un punto di non ritorno.
E mentre all'esterno l'Iran resiste, anche all'interno la situazione è meno fragile. Negli ultimi mesi il Paese è stato attraversato da proteste violente, represse nel sangue. Migliaia di morti, decine di migliaia di arresti. Oggi, però, non si registrano segnali concreti di una nuova rivolta. La popolazione è sotto attacco e si rifugia. Il regime tiene e rafforza il controllo con le milizie Basij ancora attive nelle città e arruolamenti massicci estesi - secondo alcune fonti - anche a minorenni.
Restano comunque numerose incognite sulla leadership. Il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, non appare in pubblico e ci sono dubbi sulla catena di comando. In ogni caso, le forze militari sembrano operare con ampi margini di autonomia, cosa non certo utile ad un eventuale accordo che non soddisfi i settori più radicali.
Per come stanno le cose adesso, questa guerra potrebbe non avere un vincitore chiaro. Gli Stati Uniti e Israele colpiscono duramente, ma non riescono a piegare l'Iran. L'Iran non può vincere militarmente, ma può resistere abbastanza a lungo da dichiarare vittoria. È una guerra di tempo, non di territorio.
E mentre le bombe cadono e i missili partono, il vero campo di battaglia resta l'economia globale. Se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il prezzo lo paga il mondo intero.
La strategia iraniana, in fondo, è tutta qui: non vincere la guerra, ma renderla insostenibile per tutti... gli altri.


