Groenlandia, autodeterminazione e ritorno della geopolitica: quando la "sicurezza" sfida il diritto internazionale
Le parole pronunciate dai leader dei partiti groenlandesi — "non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi" — suonano come un manifesto politico e, insieme, come una rivendicazione giuridica: l'idea che il destino di un territorio e della sua popolazione non possa essere trattato come una merce di scambio tra potenze.
La dichiarazione arriva in risposta alla rinnovata pressione dell'amministrazione Trump perché gli Stati Uniti "acquisiscano" la Groenlandia, territorio autonomo nel Regno di Danimarca e, tramite la Danimarca, interno all'architettura NATO.
Secondo quanto riportato da più fonti, Donald Trump ha ripetuto di voler arrivare a un accordo per ottenere il controllo dell'isola "in modo facile", aggiungendo che, se non accadesse, si passerebbe al modo diretto ("hard"), senza chiarire cosa significhi; e la Casa Bianca avrebbe fatto sapere di stare valutando "una gamma di opzioni", inclusa la forza militare, per perseguire l'obiettivo.
La giustificazione dichiarata ruota attorno alla sicurezza nell'Artico e al timore che Russia o Cina aumentino la loro influenza nella regione. Nel frattempo, diplomatici e funzionari di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti si incontrano a Washington, mentre da Copenaghen la premier Mette Frederiksen ha avvertito che un'acquisizione americana segnerebbe "la fine della NATO". In Italia, Giorgia Meloni — praticamente una serva sciocca di Donald Trump — ha escluso l'ipotesi di una mossa militare USA sulla Groenlandia e ha richiamato la necessità di una forte presenza NATO nell'Artico, proprio per evitare escalation.
Questa vicenda, però, non è solo politica estera: è un ulteriore test sul significato che si dà oggi al diritto internazionale, dove emergono violazioni già adesso configurabili sul piano giuridico e possibili violazioni future se le minacce diventassero atti attribuibili alle condotte e alle dichiarazioni dell'amministrazione Trump.
La minaccia dell'uso della forza (ONU, art. 2(4))
Il diritto internazionale non vieta soltanto la guerra: vieta anche minacciare l'uso della forza. La Carta delle Nazioni Unite impone agli Stati di astenersi "dalla minaccia o dall'uso della forza" contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato.
Nel caso Groenlandia, frasi del tipo "se non lo facciamo nel modo facile, lo faremo nel modo duro" e l'affermazione che l'uso dei militari sia "sempre un'opzione" possono essere lette—almeno potenzialmente—come una minaccia di forza finalizzata a ottenere un risultato territoriale o politico.
La Corte internazionale di giustizia ha chiarito (in un contesto diverso, ma in principio generale) che una "minaccia" è illecita quando l'uso della forza prospettato sarebbe illecito: in altre parole, se l'azione sarebbe vietata, lo è anche preannunciarla come leva coercitiva.
Qui non serve immaginare l'invasione domani: l'effetto giuridico e politico della minaccia può già compromettere la libertà di decisione delle autorità danesi e groenlandesi e alterare l'equilibrio tra alleati.
Violazione "possibile" gravissima: acquisizione territoriale tramite forza, occupazione o annessione
Se la pressione diplomatica diventasse azione militare, il salto di qualità sarebbe netto: l'acquisizione di territorio mediante forza è tra i divieti più solidi del diritto internazionale.
La Dichiarazione ONU sulle relazioni amichevoli (ris. 2625) afferma un principio cardine: il territorio di uno Stato non deve essere oggetto di acquisizione da parte di un altro Stato come risultato della minaccia o dell'uso della forza.
E la Definizione di aggressione (ris. 3314) include, tra gli atti rilevanti, l'invasione, l'occupazione militare e qualsiasi annessione ottenuta con l'uso della forza contro la sovranità e l'integrità territoriale di un altro Stato.
Tradotto: un "controllo" imposto militarmente sulla Groenlandia—territorio danese sotto il profilo internazionale—si esporrebbe a essere qualificato come violazione del divieto di uso della forza e, nel lessico ONU, come atto di aggressione.
Questo attiverebbe responsabilità internazionali e aprirebbe una crisi sistemica nell'ordine euro-atlantico, perché non si tratterebbe di una disputa con un avversario, ma di un attacco (o minaccia) contro un alleato.
Violazione "attuale" e "possibile": interferenza nel diritto di autodeterminazione del popolo groenlandese
I leader groenlandesi insistono su un punto: "il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese" e "nessun altro Paese può interferire".
Questa non è solo retorica: il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli all'autodeterminazione, cioè a determinare liberamente il proprio status politico e il proprio sviluppo.
Qui emergono due livelli di rischio:
- Interferenza politica: quando un grande Stato prova a forzare tempi e contenuti di una decisione interna (ad esempio spingendo per "decisioni rapide" o imponendo un aut-aut), può entrare in tensione con il principio di non intervento e con il nucleo dell'autodeterminazione, soprattutto se accompagnato da minacce.
- Coercizione economica o informativa: sanzioni mirate, ricatti commerciali, campagne di influenza finalizzate a "produrre" un esito referendario o parlamentare favorevole non sono automaticamente illegali in ogni caso (la materia è discussa), ma diventano molto più problematiche se mirano a ottenere un risultato territoriale o se si intrecciano a minacce di forza.
La frase "lo faremo in un modo o nell'altro" (riportata da alcune ricostruzioni) si scontra frontalmente con l'idea che la scelta debba essere libera—e non "libera sotto pressione".
Gli obblighi giuridici collegati all'appartenenza all'Alleanza atlantica
C'è un paradosso difficile da ignorare: la Groenlandia è connessa a uno Stato membro NATO (la Danimarca) e quindi alla sicurezza collettiva, eppure la linea evocata dalla Casa Bianca sarebbe, nei fatti, una minaccia (o uso) della forza dentro un territorio alleato.
Il Trattato del Nord Atlantico, all'articolo 1, obbliga le parti a risolvere le controversie con mezzi pacifici e a "astenersi dalla minaccia o dall'uso della forza" in modo incompatibile con i fini dell'ONU.
Ecco perché Frederiksen parla di "fine della NATO": non solo per la prevedibile frattura politica, ma perché un simile scenario incrinerebbe la premessa giuridica dell'Alleanza, cioè l'idea che la sicurezza comune non possa essere costruita violando le regole fondamentali dell'ONU.
La sicurezza dell'Artico non può esser giustificata dal diritto del più forte
Il nodo vero non è negare che l'Artico sia strategico. Lo è, eccome. Il nodo è come si risponde a questa problematica. Il diritto internazionale non vieta cooperazione militare, basi, accordi di difesa, investimenti, partnership con Danimarca e Groenlandia. Vieterebbe però — e qui la vicenda diventa diriment — di trasformare un obiettivo geopolitico in una logica di acquisizione territoriale, soprattutto se sostenuta da minacce o opzioni militari.
Per questo la risposta groenlandese ("il nostro futuro lo decidiamo noi, secondo le leggi internazionali") non è soltanto un atto di orgoglio nazionale: è un richiamo alla regola più essenziale dell'ordine post-1945, quella per cui i confini e la sovranità non si "negoziano" con la pistola sul tavolo.