«Oh, ma io le tasse le ho già pagate quand’ero a lavorare! E ora che so’ in pensione me le fate pagà di nuovo?». Domanda legittima. Diffusa. Umana. Da bar dello sport. Molto social.
Risposta secca: «No, 'un te le stanno a rifilare due vorte sugli stessi sòrdi.
Poi oh, che ti girino lo stesso, quello è un altro discorso».
Quella della “doppia tassazione delle pensioni” è una delle bufale più dure a morire di questo paese: gira da decenni, rispunta a ogni manovra, viene agitata nei comizi come un cappello in aria e alimenta un senso di fregatura cosmica che pare scolpito nel marmo. E un motivo c’è. Ma prima di urlare “ladri”, bisogna separare tre cose diverse: quel che si sente, quel che dice la legge e quel che decide la politica.
Dal punto di vista fiscale – cioè dal punto di vista delle carte bollate, non delle chiacchiere al bar – la faccenda è semplice: in Italia la pensione non è tassata due volte. Fine del mistero.
Il problema è che quasi nessuno ha mai avuto voglia di spiegare perché.
Partiamo dal punto più bischero di tutti, quello che crea il casino: i contributi previdenziali non sono tasse.
Quando lavoravi e prendevi lo stipendio, prima di calcolare l’IRPEF lo Stato toglieva i contributi. Non per sport, ma perché non fanno reddito imponibile. Lo dice pure la legge: articolo 10 del Testo unico delle imposte sui redditi (DPR 917 del 1986). Tradotto dal burocratese: su quei soldi lì l’IRPEF non ce l’hai mai pagata.
Quindi no, non è vero che prima ti hanno tassato e poi ti ritassano. La prima tassa, semplicemente, non c’è mai stata.
Quelli erano contributi, non imposte. Un’altra roba.
Quando poi arrivi alla pensione, lì sì: lo Stato dice “questo è reddito”. E lo scrive chiaro all’articolo 49 dello stesso Testo unico: la pensione è reddito assimilato a quello da lavoro dipendente. Arriva sul conto, la puoi spendere come ti pare, e quindi concorre all’IRPEF. Piaccia o no.
Tutta questa architettura sta in piedi perché il sistema pensionistico italiano non funziona come un salvadanaio personale, ma come una gigantesca colletta nazionale. Non ti sei messo via i soldi per te: hai pagato le pensioni di qualcun altro, sperando che un giorno qualcun altro paghi la tua. Si chiama sistema a ripartizione. Elegante, no?
Questo sistema è stato messo nero su bianco negli anni Novanta, quando i conti previdenziali erano ormai un campo minato: negli anni Settanta il sistema retributivo – pensioni calcolate sulle ultime buste paga, inflazione a palla, baby pensioni come se piovesse – aveva creato buchi che manco il Grand Canyon. Mutue in affanno, debiti che nessuno aveva voglia di coprire, e lo Stato che faceva il pompiere con la tanica bucata.
Negli anni Sessanta e Settanta il metodo retributivo aveva funzionato – finché c’era crescita, giovani a frotte e inflazione che “aggiustava” tutto. Poi è arrivata la realtà: popolazione che invecchia, meno lavoratori, più pensionati. E il giochetto s’è rotto.
Così, negli anni Novanta, sono arrivate le riforme. Prima Giuliano Amato nel 1992, poi Lamberto Dini nel 1995. Quest’ultima ha fatto il botto: via piano piano il retributivo, dentro il contributivo. In pratica: prendi quello che hai versato (più o meno), non quello che sognavi. Il sistema resta a ripartizione, ma almeno i numeri tornano un po’ di più.
Chi era già dentro, però, non è stato buttato giù dal treno: sistema misto, transizioni, gradualità. Poi negli anni Duemila altri rattoppi, fino alla riforma di Elsa Fornero del 2011, che ha concluso quel che Amato e Dini avevano iniziato.
Morale: oggi il sistema è più sostenibile, meno allegro, e sempre basato sullo stesso principio fiscale di prima. La pensione è reddito tassabile. I contributi, no.
E allora perché tanta gente è convinta di pagare due volte?
Perché la botta si sente. Le pensioni crescono meno degli stipendi, l’inflazione mangia tutto, le detrazioni da lavoro spariscono o cambiano, e alla fine ti trovi a pagare l’IRPEF su un assegno che ti sembra già striminzito. Tecnicamente giusto, umanamente girano.
C’è anche la testa, non solo il portafoglio: hai rinunciato a soldi quando lavoravi, li rivedi dopo trent’anni, e quando arrivano… zac, la trattenuta. Normale pensare che sia un doppione, anche se non lo è.
In più, la pensione viene tassata come se fosse un reddito da lavoro, anche se lavoro non ne fai più. È una rendita legata al lavoro passato, non a quello presente. E questa ambiguità pesa.
Il vero dibattito, quindi, non è sulla doppia tassazione che non esiste, ma sull’equità di questo sistema.
Devono essere tassate allo stesso modo le pensioni minime e quelle d’oro?
Ha senso trattare allo stesso modo redditi da lavoro e rendite da vecchiaia?
Quanto deve pesare il fisco sulle pensioni medio-basse?
E quanto su quelle altissime?
Domande politiche, mica da ragioniere.
Ma se non si chiarisce prima come funzionano le cose, si continuerà a urlare allo scandalo sbagliato, mentre sul vero problema non vola nemmeno una mosca.
Per chi volesse approfondire, segue una breve cronologia del sistema pensionistico italiano:
- 1898 – Nasce la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, primo embrione della previdenza pubblica italiana, su base volontaria e con elementi di capitalizzazione.
- 1919 – L’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia diventa obbligatoria. Si rafforza il ruolo dello Stato nella previdenza, ma il sistema resta frammentato.
- 1933 – Viene istituito l’INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), che accorpa e coordina le principali forme di assicurazione sociale obbligatoria.
- Anni ’50–’60 – Nel contesto della crescita economica e dell’espansione del welfare, si estende la copertura pensionistica. Si afferma progressivamente il metodo retributivo di calcolo delle pensioni, basato sulle ultime retribuzioni.
- 1969 – Con la legge n. 153 viene introdotta la pensione sociale e si rafforza il sistema retributivo, con tassi di sostituzione elevati. Il sistema diventa molto generoso ma strutturalmente fragile.
- Anni ’70–’80 – Diverse gestioni e “mutue” entrano in difficoltà finanziaria. L’elevata inflazione, l’invecchiamento della popolazione e l’uso estensivo delle pensioni come strumento di politica sociale mettono sotto pressione i conti previdenziali.
- 1992 – La riforma Amato (legge n. 503/1992) segna l’inizio della stagione delle riforme: innalza l’età pensionabile, modifica i requisiti e avvia il contenimento della spesa.
- 1995 – La riforma Dini (legge n. 335/1995) introduce il sistema contributivo per i nuovi assicurati e un sistema “misto” per chi aveva già anzianità contributiva. Il finanziamento resta a ripartizione, ma il calcolo delle prestazioni viene legato ai contributi effettivamente versati.
- Anni 2000 – Interventi correttivi (riforme Prodi, Maroni, Damiano) modulano requisiti e finestre di uscita, senza alterare l’impianto contributivo.
- 2011 – La riforma Fornero (decreto-legge n. 201/2011) accelera il passaggio al contributivo pro-rata per tutti, innalza l’età pensionabile e collega automaticamente i requisiti all’aspettativa di vita.
- Oggi – Il sistema italiano è basato su finanziamento a ripartizione e calcolo contributivo (integrale o pro-rata).

