Quando il potere calpesta il gioco: Trump, Infantino e l'ennesimo schiaffo al calcio. Stavolta a farne le spese è l'Iran
Le ultime mosse di Donald Trump non sono solo un imbarazzo diplomatico: sono una vergogna politica che travolge anche il mondo del calcio internazionale, ridotto ormai a strumento di propaganda e potere.
Dopo le pressioni sulla FIFA per evitare sanzioni a Israele — un'ingerenza già di per sé scandalosa — arriva ora il rifiuto dei visti per i delegati della Federcalcio iraniana. Un gesto deliberato, arrogante e profondamente politico, che mette in crisi i principi fondamentali di uno sport che si proclama “universale” ma si piega, ancora una volta, alla logica del più forte.
Il 5 dicembre, a Washington, si terranno i sorteggi dei Mondiali che dovrebbero celebrare l'unità tra Stati Uniti, Canada e Messico. Eppure, a questo evento, non tutti potranno partecipare: il Dipartimento di Stato americano ha deciso che gli iraniani non meritano neppure un visto d'ingresso. Il pretesto? Il solito "travel ban", riesumato come una reliquia di un passato che molti credevano sepolto.
L'Iran, qualificatosi regolarmente lo scorso marzo, si ritrova dunque penalizzato per motivi che nulla hanno a che fare con lo sport. È l'ennesimo segnale che il calcio, sotto l'egida di Infantino e dei suoi alleati politici, ha smesso da tempo di essere terreno neutrale. Quando gli Stati Uniti ospitano i Mondiali ma negano i visti a una federazione qualificata, non si tratta di burocrazia: si tratta di esclusione deliberata, di discriminazione travestita da "sicurezza nazionale".
E cosa fa la FIFA di fronte a tutto questo? Nulla.
Gianni Infantino, lo stesso che nel 2017 aveva minacciato gli USA di perdere l'assegnazione del torneo per comportamenti simili, oggi tace. Tace perché il potere corrompe anche chi dovrebbe difendere la neutralità dello sport. Tace perché i legami tra FIFA e Casa Bianca sono ormai troppo stretti per permettere anche solo una parvenza di indipendenza.
Il silenzio di Infantino pesa come un macigno. È un silenzio che legittima le interferenze politiche, che accetta la discriminazione come prezzo da pagare per restare nel favore dei potenti. È lo stesso silenzio che, anni fa, ha coperto i mondiali macchiati dal sangue dei lavoratori migranti in Qatar. E oggi, ancora una volta, si ripete: la FIFA chiude gli occhi, Trump detta le regole, e il calcio mondiale perde ogni credibilità.
A ricordare che il calcio dovrebbe essere "più grande dei governi" è intervenuto Victor Montagliani, vicepresidente della FIFA con questa dichiarazione: "Il calcio sopravvivrà ai loro governi e ai loro slogan"... parole che suonano come una sfida, ma anche come una triste constatazione: siamo arrivati al punto in cui bisogna difendere il calcio dalla stessa FIFA, l'organo più importante per la sua tutela!
Ma non è finita qua. Trump minaccia pure di escludere alcune città americane dai Mondiali, accusandole di essere "insicure". E quali sarebbero tali città? Ovviamente quelle amministrate dai Democratici, trasformando un evento sportivo globale in un palcoscenico di vendette politiche interne. Ma a questo punto, la vera domanda è: dov'è il limite? Quante altre volte dovrà essere calpestata la dignità dello sport prima che qualcuno nella FIFA trovi il coraggio di dire basta?
Il calcio mondiale sta diventando una caricatura di sé stesso: un circo geopolitico dove le decisioni si prendono nei palazzi del potere, non negli stadi. E se la FIFA continua a inginocchiarsi davanti ai governi, presto non resterà nulla del suo spirito originario — solo un simulacro dorato, svuotato di significato, al servizio dei potenti di turno.
Il calcio non appartiene a Trump, né a Infantino. Appartiene al mondo. Ed è il momento di ricordarglielo, prima che sia troppo tardi.