C’è un limite alla decenza, e qualcuno lo ha già superato da un pezzo.
Quando ci si trova a leggere certi resoconti, certi articoli, certi commenti che sembrano scritti più con il cinismo di chi ha un tornaconto da difendere che con l'onestà intellettuale di chi vuole comprendere una tragedia umana, l'indignazione non solo è legittima — è necessaria.
Bisogna chiederci chi siano davvero coloro che, oggi, si ostinano a raccontare che a Gaza non c'è carestia, o che se c'è, è tutta colpa di Hamas. Che il vero e unico problema sia la liberazione degli "ostaggi" (sì, si è arrivati anche a questa perla), e che la comunità internazionale dovrebbe concentrarsi solo su questo, ignorando sistematicamente un assedio che ha trasformato una striscia di terra in un mattatoio.
Sono razzisti? Sono disturbati mentali? O sono semplicemente propagandisti ben pagati da Israele o da chi ha interesse a far passare l'aggressore per vittima e la vittima per minaccia? Tutte queste ipotesi sono valide, perché nulla giustifica un tale rovesciamento della realtà. Chi ha la faccia tosta di scrivere simili assurdità dovrebbe almeno trovare il coraggio di spiegare perché anche i palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania — che non sono governati da Hamas, che non hanno tunnel o razzi — debbano subire la stessa brutale repressione, le stesse demolizioni, lo stesso apartheid quotidiano.
Chi giustifica l'assedio di Gaza, il bombardamento di civili, la fame come strumento di guerra, e intanto si gira dall'altra parte davanti alle violenze nei Territori Occupati, non sta solo difendendo l'indifendibile: sta contribuendo attivamente a una disumanizzazione sistematica. Sta scegliendo di rendersi complice.
Non stiamo parlando di "opinioni diverse" o di "punti di vista alternativi". Stiamo parlando di propaganda, di complicità, di violenza verbale che si somma a quella fisica. Di chi pretende di riscrivere i fatti mentre la gente muore.
Indignarsi non basta, ma è il minimo. Tacere, invece, è diventare parte del problema.


