La “Riviera del Medio Oriente” di Trump: un piano da 112 miliardi per Gaza
Gli Stati Uniti hanno presentato a potenziali Paesi donatori una proposta per ricostruire la Striscia di Gaza, devastata dalla guerra, trasformandola in una destinazione costiera hi-tech e di lusso nell'arco di vent'anni. Lo rivela un rapporto pubblicato venerdì, che descrive il progetto ambizioso, costoso e politicamente esplosivo.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il piano è stato sviluppato nelle ultime sei settimane da un team guidato da Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, e dall'inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff. Il costo stimato è di 112 miliardi di dollari nei primi dieci anni, con un impegno iniziale degli Stati Uniti pari a 60 miliardi per “ancorare” il programma e attirare altri finanziatori.
Il progetto è contenuto in una presentazione di 32 slide PowerPoint, classificata come “sensibile ma non segreta”, già mostrata a Paesi del Golfo, Turchia ed Egitto. L'obiettivo dichiarato è rimuovere le macerie, ricostruire Gaza e sottrarre la popolazione alla povertà cronica. Nei fatti, si tratta di una visione radicale che ridisegna completamente il territorio e la sua governance.
All'inizio dell'anno Trump aveva parlato apertamente di una presa in carico americana della Striscia per trasformarla nella “Riviera del Medio Oriente”, ipotizzando anche il trasferimento permanente dei palestinesi. L'idea aveva suscitato forti reazioni internazionali, con l'eccezione del governo israeliano. Successivamente, l'amministrazione ha fatto marcia indietro sulla rimozione definitiva dei residenti, ma molte ambiguità restano.
La tabella di marcia si articola in quattro fasi lungo vent'anni. La ricostruzione partirebbe dal sud, da Rafah e Khan Younis, per poi passare ai campi centrali e infine a Gaza City. Nella prima fase si prevede la rimozione di macerie, ordigni inesplosi e tunnel di Hamas, mentre ai civili verrebbero forniti alloggi temporanei e strutture mediche. Dove esattamente dovrebbero vivere oltre due milioni di persone durante i lavori, però, non è specificato.
Successivamente inizierebbe la costruzione di abitazioni permanenti, infrastrutture e servizi pubblici. Solo dopo il completamento delle opere essenziali verrebbe avviata la parte più appariscente del progetto: residenze di lusso, attici sul mare, trasporti ferroviari ad alta tecnologia e una trasformazione urbana in stile “smart city”.
Una delle slide, intitolata “New Rafah”, immagina la città come nuova sede di governo della Striscia, con oltre 100.000 unità abitative, più di 200 scuole, almeno 75 strutture sanitarie e decine di moschee e centri culturali. Un'altra descrive Gaza come una città intelligente, basata su governance digitale e servizi tecnologici avanzati. Entro il decimo anno, il piano prevede di “monetizzare” il 70% della costa, generando oltre 55 miliardi di dollari di ritorni a lungo termine.
Il nodo centrale, però, è politico e militare. In rosso e in grassetto, il documento impone una condizione non negoziabile: Hamas deve smilitarizzarsi completamente e smantellare armi e tunnel. Una richiesta che il gruppo ha finora respinto e che Israele e Stati Uniti considerano indispensabile per qualsiasi ricostruzione. Senza disarmo, il piano resta carta.
All'interno dell'amministrazione americana le opinioni sono divise. Alcuni funzionari dubitano che Hamas accetterà mai di deporre le armi e che i Paesi donatori siano disposti a finanziare un progetto così oneroso e politicamente rischioso. Altri lo definiscono il piano più dettagliato e ottimista mai elaborato per il futuro di Gaza.
Il contesto è reso ancora più fragile dai negoziati sul cessate il fuoco. Witkoff era atteso venerdì a Miami per incontrare alti funzionari di Qatar, Egitto e Turchia, con l'obiettivo di sbloccare la seconda fase dell'accordo. Secondo queste capitali, sia Israele sia Hamas stanno rallentando deliberatamente l'attuazione degli impegni.
La seconda fase prevede il ritiro israeliano, l'istituzione di un'autorità ad interim al posto di Hamas e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Ma i progressi sono lenti e la tregua resta precaria.
La terza fase, la più complessa, riguarda la ricostruzione su larga scala di Gaza, distrutta dopo la guerra scatenata dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. È qui che il piano americano dovrebbe entrare davvero in gioco.