C’è una frase, nell’intervista concessa dallo storico israeliano Ilan Pappé a TPI, che non suona come una provocazione ma come una diagnosi: “Una delle più grandi invenzioni del sionismo è che Israele sia una democrazia”. Non è solo un giudizio politico. È un attacco al pilastro narrativo che per decenni ha funzionato da lasciapassare morale, diplomatico, culturale: l’idea di Israele come eccezione virtuosa in Medio Oriente. Pappé capovolge il paradigma e dice: l’eccezione non è la virtù, è l’impunità. E se il mondo, prima o poi, “dirà basta” come fece con il Sudafrica, allora non sarà un fulmine a ciel sereno: sarà la conclusione di un processo già avviato.
Il punto, però, non è decidere se Pappé “abbia ragione” in senso profetico. Il punto è capire perché la sua previsione — il collasso del sionismo come progetto politico-statuale — oggi non appare più una fantasia marginale, ma una possibilità discussa, temuta, evocata, rimossa. Anche perché la parola che usa — apartheid — non è più soltanto lo slogan di piazza: negli ultimi anni la stessa qualificazione è stata sostenuta, con solidissime argomentazioni giuridiche e politiche, da organizzazioni per i diritti umani molto note, come Amnesty International, Human Rights Watch e l’israeliana B’Tselem... senza contare la certificazione dello stesso Stato ebraico con l'approvazione della legge (di ispirazione costituzionale) Stato Nazione.
Due Israele, un solo denominatore
L’intuizione più potente di Pappé non è l’analogia col Sudafrica. È la descrizione di una guerra civile fredda all’interno della società israeliana: “lo Stato di Giudea” contro “lo Stato di Israele”. Da una parte l’estrema destra religiosa, nazionalista, messianica, oggi egemone; dall’altra l’Israele laico, liberale, che ancora si riconosce nella promessa originaria di uno Stato moderno e “occidentale”.
Ma per quanto divisi su tribunali, potere, identità, i due campi — sostiene Pappé — restano uniti da un “unico denominatore comune”: un sistema strutturale che nega ai palestinesi pieni diritti civili e umani. Ed è questo che, alla lunga, rende la frattura interna non una fisiologia democratica, ma una crisi di legittimità: perché si può litigare su tutto, ma se la base è la disuguaglianza permanente, il conflitto non si risolve, si incancrenisce.
Pappé porta un esempio che vale più di mille teorie: la vicenda degli ostaggi e il disprezzo (anche pubblico) verso le loro famiglie da parte del fronte più radicale. È una ferita che non si ricompone con una bandiera sventolata, né con l’unità “emergenziale” evocata durante la guerra. È una società che si sta riscrivendo contro una parte di sé.
“Democrazia”: di chi e fino a dove?
Nel ragionamento dello storico, la parola “democrazia” smette di essere un’etichetta autoassegnata e torna a essere un test: uguaglianza davanti alla legge, diritti, libertà effettive per chi vive sotto quel potere. E qui Pappé alza l’asticella: non basta che una minoranza possa votare, se l’architettura complessiva stabilisce gerarchie di cittadinanza e milioni di persone restano soggette a un controllo che possono solo subire.
È esattamente su questa “architettura” che ONG e osservatori hanno costruito, negli anni, la tesi dell’apartheid come sistema: frammentazione territoriale, segregazione, espropri, disuguaglianze strutturali e regime differenziato di diritti.
Che si condivida o meno tale conclusione, una cosa è difficile da ignorare: l’Occidente ha vissuto per troppo tempo di una formula comoda — “Israele democrazia, Palestina problema di sicurezza” — e oggi quella formula non spiega più nulla, se non la sua stessa usura.
La “nuova Sparta” e l’illusione di reggere solo con la forza
Quando Pappé cita Netanyahu che sogna “un’altra Sparta”, non sta facendo letteratura: sta indicando una trasformazione strategica e culturale. Uno Stato che prova a diventare “un esercito con uno Stato”, dice lui, può anche durare, ma “solo per un po’”.
Qui il tema è la sostenibilità. Pappé immagina due fattori di collasso: l’emorragia dell’élite economica e culturale (già in corso, a suo dire) e l’isolamento crescente sul piano internazionale, prima dalle società civili, poi — per cinismo o calcolo — anche dai governi.
È una previsione, non un dato. Ma è una previsione che si appoggia a una regola storica banale: nessun ordine politico regge a lungo se deve giustificarsi solo con la paura e la superiorità militare. La forza può vincere guerre, non può fabbricare consenso... all'infinito.
Il vero “Day After” che manca
Il passaggio più spiazzante dell’intervista non riguarda Israele ma i palestinesi: “assistiamo al Day After di Trump o del Qatar”, dice Pappé, “mentre avremmo avuto bisogno di un Day After palestinese”. Cioè di un progetto politico credibile, fondato su giustizia, uguaglianza e democrazia, capace di mobilitare sostegno regionale e internazionale.
È una critica severa anche verso la leadership palestinese e verso l’idea — coltivata da troppi attori esterni — che il dopo si possa amministrare dall’alto, come una pratica burocratica: qualche nome, qualche forza di sicurezza, qualche finanziamento. Pappé dice l’opposto: senza una visione politica, il “dopo” è solo la prosecuzione del prima con un lessico più elegante.
Il ruolo della diaspora ebraica: “Non parlate a nostro nome”
Nella parte più interessante (e meno ripetuta nel dibattito mediatico), Pappé punta su una frattura generazionale nella diaspora ebraica, soprattutto negli Stati Uniti: giovani che rifiutano l’equazione identità ebraica = fedeltà allo Stato d’Israele.
Se quella frattura diventasse maggioritaria, cambierebbe il terreno morale su cui molti governi europei hanno costruito, dopo la Shoah, una relazione quasi automatica con Israele. Pappé fa un esempio volutamente dirompente, utilizzando la Germania, e ponendo una domanda che fa paura proprio perché è politica, non ideologica: cosa accadrebbe se una parte significativa degli ebrei nel mondo dicesse ai governi “aiutare gli ebrei” non significa sdoganare qualunque politica israeliana?
Post-sionismo: una prospettiva, non una bacchetta magica
Infine, il “futuro post-sionista” che Pappé immagina non è un cartello con scritto “fine”. È un’ipotesi di ricostruzione: un assetto più flessibile degli Stati-nazione importati in Oriente dopo la Prima guerra mondiale, una sorta di struttura sovranazionale o confederale, dove identità diverse possano esistere senza privilegi permanenti e senza dominio.
Qui si può dissentire radicalmente — sulla praticabilità, sui rischi, sulle transizioni. Ma c’è una verità che resta anche per chi non condivide Pappé: se la politica continua a trattare la Palestina come un fastidio laterale e Israele come un fatto compiuto intoccabile, l’unica cosa che si otterrà è un eterno presente di guerra, emergenza, vendetta, paura.
Le parole di Pappé sono un invito a smettere di usare parole come “democrazia”, “sicurezza”, “processo di pace” collegate ad Israele come amuleti. Le parole, quando non descrivono più la realtà, diventano alibi. E gli alibi, prima o poi, crollano.
Fonte: www.tpi.it/esteri/israele-intervista-ilan-pappe-202601231217452/


