L'approvazione da parte del Consiglio Ue Affari Interni della stretta sui rimpatri dei migranti irregolari è stata subito presentata dal governo Meloni come una svolta storica. Palazzo Chigi ha parlato di un via libera politico che consentirebbe finalmente di rendere operativi i centri in Albania, trasformando mesi di stop, polemiche e contenziosi in un successo rivendibile sul piano europeo.
Ma tra la narrazione del governo e il contenuto reale delle nuove regole Ue c'è un abisso.
I regolamenti approvati confluiranno nel Patto su migrazione e asilo, che entrerà in vigore non prima di giugno 2026. Non solo: sul piano giuridico, quei testi non legittimano affatto il progetto italiano di delocalizzazione extraterritoriale delle procedure di asilo e di trattenimento. A dirlo (fonte Fanpage) non sono opposizioni politiche, ma giuristi esperti di diritto europeo e dell'asilo, come Gianfranco Schiavone (ASGI), che smonta punto per punto la versione ufficiale del governo.
Secondo Schiavone, sul pacchetto asilo non ci saranno sorprese positive. Il Parlamento europeo si avvia ad approvare testi che segnano un vero strappo politico: il Partito Popolare pronto a votare insieme all'estrema destra su misure che fino a pochi mesi fa erano considerate irricevibili. Un passaggio grave, che dice molto della deriva in atto nelle politiche migratorie europee.
Più incerto, invece, il destino del regolamento sui rimpatri. Il Consiglio ha proposto un inasprimento rispetto al testo della Commissione, ma il negoziato è tutt'altro che chiuso. Tempi, contenuti e assetto finale restano aperti. In ogni caso, anche qui, il punto centrale resta uno: nulla di ciò che è stato discusso o approvato giustifica il cosiddetto “modello Albania”.
Le nuove norme prevedono, all'articolo 17, una possibilità del tutto diversa: il trasferimento di una persona verso un Paese terzo che si assuma integralmente la responsabilità della sua condizione, incluso l'eventuale rimpatrio verso il Paese d'origine. È una fattispecie inedita, giuridicamente problematica e, secondo Schiavone, tendenzialmente illegale. Ma non ha nulla a che vedere con il progetto italiano, che mantiene sotto giurisdizione nazionale procedure amministrative e forme di detenzione svolte però fuori dal territorio dell'Unione.
Quella previsione semplicemente non esiste nei regolamenti europei. Non c'era nel testo della Commissione, non c'è in quello del Consiglio. E dopo mesi di negoziato, se qualcuno avesse davvero voluto inserirla, lo avrebbe fatto. Per questo, quando il governo parla di un via libera europeo, non sta “anticipando” il futuro: sta raccontando qualcosa che non c'è. Schiavone lo dice senza giri di parole: se si vende come reale ciò che non esiste, non è più solo propaganda politica. È una mistificazione.
Nel frattempo, Giorgia Meloni ha rilanciato lo scontro con la magistratura, accusando i giudici di aver bloccato l'avvio dei centri. Un'accusa che ignora un fatto elementare: i giudici hanno applicato il diritto vigente, nazionale ed europeo, rifiutando di convalidare trattenimenti ritenuti illegittimi. Non hanno fatto politica, hanno fatto il loro mestiere.
Intanto i costi del progetto continuano a crescere. Secondo ActionAid, sono già stati stanziati oltre 73 milioni di euro per strutture rimaste in gran parte inutilizzate. Un investimento pubblico enorme, senza risultati concreti, che rende ancora più fragile la narrazione governativa.
Non è un caso che il “modello Albania” non sia stato recepito a livello europeo. Non per improvvisa sensibilità sui diritti umani, ma per una più fredda consapevolezza giuridica: se l'Ue prevedesse la gestione extraterritoriale di asilo e detenzione, dovrebbe garantire integralmente gli standard europei. E farlo in Paesi extra-Ue è, semplicemente, irrealistico.
È esattamente il nodo sollevato dalla Corte d'appello di Roma nel rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea. Un passaggio di enorme rilievo, passato quasi sotto silenzio, in cui i giudici mettono in dubbio la possibilità stessa di rispettare le garanzie europee in sedi extraterritoriali e chiedono a Lussemburgo di pronunciarsi. La Corte romana sottolinea anche che nemmeno i nuovi regolamenti cambiano questo quadro.
Se la Corte di giustizia dovesse confermare quei dubbi, l'impatto sarebbe devastante non solo per il progetto albanese, ma per qualsiasi tentativo futuro di esternalizzazione delle procedure. Anche scrivendo nuove norme, resterebbe il problema dell'effettività delle garanzie. Un vicolo cieco giuridico.
Quello in corso non è solo uno scontro su politiche migratorie. È un test sulla tenuta democratica dell'Unione europea. La strada che si sta tentando di percorrere – la “cessione” delle persone a Paesi terzi – non è una soluzione tecnica, ma una deriva politica estrema, con precedenti storici inquietanti. L'Europa oggi naviga dentro questo grumo di contraddizioni. E far finta che non esistano non le renderà meno esplosive.


