Queste le parole del punto stampa odierno in cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, prima di partecipare all'iniziativa “L’Agricoltura, il Futuro” di Confagricoltura ha riassunto i contenuti del colloquio mattutino con il segretario di Stato Marco Rubio... ovviamente - come suo solito - senza rispondere alle domande dei giornalisti:

"Mi pare un incontro molto ampio, molto costruttivo tra azioni che chiaramente sono nazioni alleate. Un incontro nel quale abbiamo trattato tanto i temi il tema dei rapporti bilaterali quanto ovviamente le grandi questioni di scenari internazionali,  crisi in Medio Oriente, sicurezza, libertà di navigazione, quindi di stretto di Hormuz.Abbiamo parlato di alcuni dossier che sono particolarmente importanti per l'Italia perché l'Italia storicamente gioca un ruolo. Penso alla Libia, penso a Libano, abbiamo ovviamente parlato di Ucraina, abbiamo parlato di Cina, prossima visita del presidente americano, quindi insomma sicuramente profico, sicuramente costruttivo, sicuramente franco tra due nazioni.Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi allo stesso modo comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Quindi l'Italia difende i propri interessi nazionali, esattamente come fa gli Stati Uniti ed è bene che, insomma, su questo ci si trovi d'accordo".

Dietro il linguaggio diplomatico e rassicurante della premier emerge ancora una volta una linea politica subalterna agli equilibri di Washington, mentre l’Italia continua a inseguire un ruolo internazionale che proclama ma non esercita davvero.

C’è un passaggio, nelle parole pronunciate da Giorgia Meloni per descrivere l’incontro con il segretario di Stato Marco Rubio, che più di ogni altro racconta la contraddizione permanente della politica estera italiana sotto questo governo: “L’Italia difende i propri interessi nazionali, esattamente come fanno gli Stati Uniti”. Una frase apparentemente innocua, quasi obbligatoria nel lessico diplomatico contemporaneo, che però finisce per trasformarsi nell’ennesima ammissione implicita di debolezza politica.

Perché il problema non è affermare che una nazione debba difendere i propri interessi. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Il problema è capire quali siano questi interessi e, soprattutto, se il governo italiano abbia davvero la forza, l’autonomia e la credibilità per imporli quando divergono da quelli di Washington. Ed è qui che la narrazione meloniana mostra tutte le sue crepe.

La presidente del Consiglio ha parlato di Medio Oriente, di sicurezza, di libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, di Libia, Libano, Ucraina, Cina e persino della futura visita del presidente americano in Cina. Una lista impressionante di dossier strategici, pronunciata con il tono di chi vuole accreditare l’Italia come grande potenza diplomatica mediterranea e atlantica. Tuttavia, al netto delle formule di rito e della retorica sul ruolo “storico” dell’Italia, resta una domanda inevitabile: quale sarebbe oggi il peso reale di Roma in questi scenari?

In Libia, l’Italia è progressivamente arretrata negli ultimi anni, schiacciata dall’attivismo di Turchia, Russia, Emirati e Francia. In Libano, Roma continua a rivendicare una presenza che però non si traduce in alcuna capacità concreta di incidere sugli equilibri regionali. Sull’Ucraina, il governo Meloni si è allineato integralmente alla postura statunitense e NATO, senza mai tentare una reale iniziativa diplomatica autonoma. E sulla Cina, dopo mesi di ambiguità e oscillazioni, Palazzo Chigi ha finito per adeguarsi alla linea americana sul contenimento strategico di Pechino.

È questo il punto che la propaganda governativa prova sistematicamente a nascondere: la differenza enorme tra alleanza e subordinazione. Essere alleati degli Stati Uniti è una scelta storica dell’Italia repubblicana e nessuno mette seriamente in discussione il rapporto transatlantico. Ma un conto è cooperare tra partner sovrani, altro è limitarsi a ratificare decisioni prese altrove, rivestendole poi di enfasi patriottica per il consumo interno.

Quando Meloni insiste sul carattere “franco” e “costruttivo” del confronto con Washington, sembra voler rassicurare soprattutto il proprio elettorato, quello stesso elettorato che per anni è stato alimentato con la retorica sovranista del “prima gli italiani”, della difesa dei confini, dell’autonomia nazionale contro le élite globali. Oggi, però, quella stessa destra che prometteva indipendenza strategica si ritrova a celebrare come successo politico il semplice fatto di essere ricevuta e ascoltata dagli Stati Uniti.

La verità è che il "melonismo internazionale" appare sempre più simile a un nazionalismo di rappresentazione, utile nei discorsi pubblici ma molto meno nei rapporti di forza reali. La premier rivendica centralità geopolitica, ma l’Italia continua a muoversi dentro margini definiti altrove. Rivendica autonomia, ma evita accuratamente qualsiasi posizione che possa irritare l’amministrazione americana. Rivendica sovranità, ma finisce regolarmente per trasformare ogni incontro con Washington in una certificazione di affidabilità atlantica.

Eppure sarebbe proprio questo il momento storico in cui l’Italia dovrebbe provare a costruire una politica estera meno teatrale e più concreta. Una politica capace di difendere davvero i propri interessi energetici nel Mediterraneo, di evitare l’irrilevanza diplomatica nel Nord Africa, di non ridursi a semplice terminale politico delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Invece il governo continua a preferire la dimensione simbolica: fotografie, dichiarazioni solenni, linguaggio muscolare e continui richiami all’orgoglio nazionale.

Ma l’orgoglio nazionale non si misura nel numero di dossier citati davanti alle telecamere. Si misura nella capacità di incidere davvero su quei dossier. Ed è proprio lì che, dietro le formule prudenti e i sorrisi diplomatici, la narrazione di Giorgia Meloni continua a mostrare tutta la sua fragilità.