Gli Stati Uniti hanno annunciato il salvataggio del pilota rimasto isolato dietro le linee nemiche in Iran, in una delle operazioni più delicate dall'inizio della guerra. Il recupero è avvenuto domenica, dopo giorni di ricerche seguite all'abbattimento di un caccia americano, mentre il conflitto – giunto alla sesta settimana – continua a espandersi su più fronti e a minacciare gli equilibri energetici globali.
Secondo quanto dichiarato dal presidente Donald Trump, il militare è ferito ma “starà bene”. L'operazione di recupero ha coinvolto “decine di velivoli” ed è stata preceduta da un monitoraggio costante della posizione del pilota, rimasto intrappolato nelle zone montuose iraniane mentre, secondo la ricostruzione, le forze nemiche si stavano avvicinando progressivamente.
Il salvataggio arriva dopo l'abbattimento di venerdì di un caccia F-15E Strike Eagle, precipitato in territorio iraniano. Un secondo membro dell'equipaggio era già stato tratto in salvo in precedenza. Si tratta del primo velivolo statunitense abbattuto in Iran dall'inizio del conflitto.
Solo pochi giorni fa, Trump aveva sostenuto che le forze americane avessero “decimato” le capacità militari dell'Iran e che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente. Tuttavia, la risposta iraniana ha dimostrato che Teheran mantiene capacità operative rilevanti: due aerei statunitensi sono stati abbattuti, tra cui anche un A-10 d'attacco, del quale non è ancora nota la sorte dell'equipaggio.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha ormai causato migliaia di vittime e aperto scenari di instabilità regionale sempre più ampi, con ripercussioni dirette sui civili e sulle infrastrutture strategiche.
Nelle ultime ore, attacchi di droni iraniani hanno colpito diversi Paesi del Golfo. In Kuwait, due centrali elettriche hanno subito danni rilevanti e una stazione di desalinizzazione è stata messa fuori servizio, pur senza provocare vittime.
In Bahrain, un attacco ha innescato un incendio in un impianto di stoccaggio petrolifero, successivamente domato. Negli Emirati Arabi Uniti, invece, incendi multipli hanno colpito l'impianto petrolchimico di Ruwais, interrompendone la produzione. Le autorità locali attribuiscono i roghi a detriti causati dall'intercettazione di droni da parte delle difese aeree.
Gli attacchi arrivano all'indomani di un raid israeliano contro un impianto petrolchimico iraniano, ritenuto da Tel Aviv una fonte di finanziamento per lo sforzo bellico di Teheran.
Al centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di petrolio e gas dal Golfo Persico verso Europa e Asia. Trump ha rinnovato l'ultimatum all'Iran: riaprire completamente lo stretto entro poche ore o affrontare “conseguenze devastanti”.
La minaccia ha già avuto effetti sui mercati, con forti oscillazioni dei prezzi energetici e timori crescenti tra i Paesi importatori. La prolungata chiusura o anche solo la limitazione del traffico nello stretto rappresenterebbe un colpo durissimo per l'economia globale.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il generale Ali Abdollahi Aliabadi ha avvertito che eventuali attacchi alle infrastrutture del Paese aprirebbero “le porte dell'inferno”, minacciando a sua volta obiettivi militari statunitensi nella regione.
Nonostante l'escalation, si muove anche il fronte diplomatico. Pakistan, Turchia ed Egitto stanno lavorando per portare Stati Uniti e Iran al tavolo negoziale. Islamabad ha dichiarato che i tentativi di mediazione sono “sulla buona strada”, con la prospettiva di ospitare colloqui a breve.
Teheran, da parte sua, ha fatto sapere di non aver mai rifiutato il dialogo, lasciando aperta una finestra per una possibile tregua che consentirebbe di avviare una soluzione diplomatica.
A complicare ulteriormente il quadro, l'Iran ha lasciato intendere di poter colpire anche lo stretto di Bab el-Mandeb, altro passaggio strategico tra Mar Rosso e Oceano Indiano, attraverso cui transita oltre il 10% del petrolio mondiale e circa un quarto del traffico container.
Un'eventuale destabilizzazione simultanea di Hormuz e Bab el-Mandeb rappresenterebbe uno scenario critico per il commercio globale.
Intanto, il costo umano del conflitto continua a crescere. In Iran si contano oltre 1.900 morti. Nei Paesi del Golfo e in Cisgiordania le vittime sono più di una ventina, mentre in Israele si registrano 19 morti. Gli Stati Uniti hanno perso 13 militari. In Libano, il bilancio supera i 1.400 morti e oltre un milione di sfollati.
Numeri che confermano come la guerra stia rapidamente superando i confini iniziali, trasformandosi in una crisi regionale con potenziali conseguenze globali, tra escalation militare, pressione energetica e fragili tentativi di pace.


