Dobbiamo considerare gli eventi storici e giuridici che hanno caratterizzato il novecento per ricostruire il percorso della graduale espansione del potere degli Stati Uniti in Europa e gradualmente a livello globale.

L’iniziale esclusivo possesso della bomba atomica permise agli USA di divenire la prima ed indiscussa potenza militare mondiale e, di conseguenza, acquisire l’autorità di fatto di influenzare pesantemente la vita politica ed economica dell’Europa occidentale e, in particolare, imponendo un regime solo apparentemente democratico al nostro Paese. Alla fine del secondo conflitto mondiale le condizioni economiche e culturali della popolazione italiana erano critiche; l'analfabetismo toccava l’80% , la povertà era diffusa; il feudalesimo dominava incontrastato da secoli e alle prime lotte dei sudditi per ottenere un po' di giustizia sociale i latifondisti, la nobiltà e il clero contrapposero il fascismo.

E che tale situazione dovesse persistere nonostante il varo di una Costituzione repubblica democratica lo dimostra la crisi del maggio 1947, nota anche come crisi dell'esclusione, che portò all'espulsione dei comunisti dai tre governi De Gasperi su diretta richiesta degli Stati Uniti. 

Qui emerge la sostanziale incoerenza tra la forma e la sostanza della democrazia predicata e praticata nell’Europa occidentale. Molti storici affermano che la guerra fredda è stata la conseguenza della contrapposizione di due ideologie antitetiche, penso invece che tale situazione abbia mascherato i reali obiettivi che gli Stati Uniti intendevano raggiungere: espandere la propria influenza politica, economica e militare in Europa per soddisfare i propri interessi.

In Italia tale “pulizia” fu affidata alla Democrazia Cristiana che, a parer mio in tale circostanza dimostrò di essere per nulla democratica e ancor meno cristiana, infatti escluse i comunisti da tutti gli incarichi pubblici e lavorativi: fu il primo colpo di stato posto in atto da una potenza straniera nel nostro Paese.

Ecco cosa accadde in nome della democrazia: molti funzionari pubblici, dipendenti statali e insegnanti di “presunte simpatie comuniste” furono licenziati o trasferiti; altri subirono discriminazioni nell'accesso al lavoro, soprattutto nel settore pubblico e in quello privato legato alla sfera politica.

Furono emanate leggi e provvedimenti che limitavano i diritti dei comunisti o simpatizzanti e ne impedivano l'accesso a determinate cariche pubbliche e professionali adducendo motivi di sicurezza nazionale in quanto la presenza di tali soggetti poteva minare la stabilità democratica e favorire una possibile ascesa al potere del PCI che avrebbe instaurato un regime totalitario nel Paese. 

Eppure tutti i tentativi di sovvertire la democrazia sono partiti dagli ex criminali fascisti graziati da un ministro comunista e da settori delle Forze dell’ordine di dichiarata fede fascista.  

Tali provvedimenti chiaramente antidemocratici crearono una profonda frattura nel nostro Paese dalla quale derivarono conflitti, tensioni e aprì le porte alle “stragi di stato” - organizzate ed eseguite da cellule fasciste ben organizzate e dirette – la verità e le responsabilità di tali atti rimango ancora in buona parte nell’ombra.

Per le stesse ragioni c’è molto da approfondire sul fenomeno delle Brigate Rosse proprio in relazione al delitto Moro che evidenzia una contraddizione che dovrebbe far riflettere.

Tali provvedimenti sollevano tutt’ora importanti questioni etiche e di principio perché l'esclusione di intere categorie di cittadini dalle opportunità e dai diritti a causa delle loro idee politiche rappresenta un grave attentato ai principi fondamentali della democrazia soprattutto leggendo il contenuto della nostra Costituzione che fu emanata nel gennaio del 1948. Nei posti chiave delle istituzioni nazionali furono reintegrati anche criminali di guerra fascisti.

Stessa sorte toccò alla Francia e ai ministri di orientamento comunista che facevano parte dei governi di unità nazionale europei in Lussemburgo e Belgio che furono espulsi su pressione degli Stati Uniti. 

La politica estera americana ha sempre avuto fondamentalmente l’obiettivo di sfruttare le risorse naturali dei Paesi arretrati: attraverso la CIA e la corruzione sono stati eliminati presidenti eletti democraticamente, organizzati  colpi di stato e interventi militari ingiustificati per imporre regimi favorevoli agli interessi delle multinazionali e banche americane influenzando pesantemente i destini di molti Paesi Sudamericani e del Pacifico trascinandoli nella voragine di un debito pubblico impossibile da rifondere, travolgendo le aspirazioni di un futuro sviluppo economico e democratico. 

È inconfutabile che gli Stati Uniti dalla conclusione del secondo conflitto mondiale hanno influito pesantemente nelle scelte politiche, nello sviluppo economico, nella cultura e nell’assetto sociale e giuridico in moltissime aree continentali, in particolar modo nel nostro Paese.

Ma ritorniamo all’origine di un altro importante fenomeno politico-militare.

Il 4 aprile del 1949 a Washington venne firmato dai dodici  stati membri fondatori il trattato NATO: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti d'America.

Nel febbraio 1952 vi fu il primo allargamento dell'alleanza con l'ammissione di Grecia e Turchia. Nel maggio dello stesso anno i paesi europei vincitori e gli Stati Uniti decisero di porre fine all’occupazione della Germania Ovest e la invitarono a far parte della NATO, il processo di adesione si completerà il 9 maggio del 1955

Per controbilanciare la NATO, il 14 maggio 1955 in Polonia venne firmato dall'Unione Sovietica e dagli Stati appartenenti all’area orientale europea il patto di Varsavia.

Nel 1966 Charles de Gaulle decise l'uscita della Francia dal comando militare NATO per poter realizzare un proprio programma di difesa non necessariamente dipendente da altri Paesi, mantenendo la sua autonomia anche nelle scelte nel programma nucleare. Questo fatto accelerò lo spostamento del quartier generale NATO da Parigi a Bruxelles, che avvenne il 16 ottobre 1967.

Sette anni dopo la restaurazione della democrazia in Spagna che si verificò il 3 maggio 1982, il Paese completò ufficialmente il processo di adesione alla NATO con la ratifica dopo un referendum tenutosi il 12 marzo 1986.

Con la riunificazione della Germania avvenuta nel 1990 il territorio dell'ex DDR entra a far parte della NATO: per la prima volta un territorio precedentemente sottoposto all'influenza sovietica entra a far parte dell'alleanza occidentale.

Il Patto di Varsavia venne sciolto ufficialmente il primo luglio 1991 previo accordo con i Paesi dell’Europa occidentale e Stati Uniti sul mantenimento della neutralità dei Paesi liberi dell’ex blocco orientale e la non adesione alla NATO degli stessi.

Durante il vertice NATO di Bruxelles svoltosi il 10-11 gennaio 1994 viene formalmente costituito il Partenariato per la pace comprendente Stati neutrali come la Svizzera o non membri dell'alleanza come la Russia ma, durante la stessa riunione, lo stesso vertice deliberò di agevolare l'allargamento agli altri Paesi europei infatti l’8 luglio 1997 Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, vengono invitati ad unirsi alla NATO, la procedura si concluse nel 1999 in dispregio degli accordi presi con Gorbaciov  nel 1991.

Riporto parte di un articolo di Roberta De Monticelli che descrive ciò che rappresentò Gorbaciov per molti cittadini e per alcuni governi dell’Europa occidentale:

(….) Il 18 dicembre 1984 un giovane e sconosciuto membro del Politburo sovietico, Mikhail Gorbaciov, intervenendo davanti al Parlamento britannico, disse: «Qualunque cosa ci divida, viviamo sullo stesso pianeta e l’Europa è la nostra casa comune». Pochi mesi dopo, nel marzo del 1985, quel giovane politico fu eletto Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico, destinato a diventare l’ultimo Presidente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Pochi mesi prima, nel gennaio del 1985, Jacques Delors era stato eletto Presidente della Commissione Europea.

Quelli di Gorbaciov furono anni di speranza, per l’Europa e per il mondo intero. Fu avviato un processo di distensione internazionale, cadde il Muro di Berlino, che segregava interi popoli, e si ricercò un nuovo e più equo ordine europeo e internazionale. Gorbaciov, riprendendo la felice e forse estemporanea espressione utilizzata a Londra, avanzò la proposta di costruire una “casa comune europea” per i popoli stanziati nel grande spazio compreso tra l’Atlantico e gli Urali. La proposta suscitò interesse, speranze, perplessità, timori, alla fine fu lasciata cadere, ma contribuì a chiarire la natura profonda, storica, delle relazioni tra le due Europe. Anche questa vicenda, come tante altre, è demarcata dalla caduta del Muro di Berlino avvenuta nel novembre 1989.

Per quattro anni, dalla primavera del 1985 all’autunno del 1989, in più occasioni, pubbliche e riservate, Gorbaciov continuò a rilanciare la sua proposta di una “casa comune europea”. In realtà, più che di una “Casa comune”, si trattava di un “Condominio a due blocchi separati”: uno, a est, abitato dai paesi socialisti e l’altro, a ovest, popolato dai paesi capitalistici. Gorbaciov voleva salvare il socialismo e aveva capito che, per tentare di salvarlo, occorreva innanzitutto promuovere un processo di distensione internazionale in modo da spostare ingenti risorse finanziarie dalla ipertrofica e improduttiva industria militare alla esanime industria civile interna. L’immaginato Condominio avrebbe dovuto assumere la forma giuridica di una Grande Confederazione, dall’Atlantico agli Urali, governata dal Consiglio d’Europa e cioè da un organismo preposto a svolgere poche ed essenziali funzioni lasciando il massimo dell’autonomia ai singoli Stati nazionali. Il 1° agosto 1989, e quindi poche settimane prima della caduta del Muro, nel corso dei lavori della prima sessione del Soviet Supremo dedicata a questioni di politica estera, il leader sovietico disse: «Il Consiglio d’Europa può diventare una delle strutture portanti della futura casa comune europea, il luogo dove mettere a punto assieme importanti iniziative».

Questo significava l’uscita dell’Europa dall’influenza americana per dar vita ad un blocco che si estendeva dall’Atlantico agli Urali: la reale causa del conflitto in atto tra Ucraina e Russia è creare una frattura insanabile tra le “due“ Europe. Si parlava di una riunificazione non solo territoriale ma culturale, economica e politica.

L’articolo continua:

“La storia termina come sappiamo. L’8 dicembre 1991 i leader di Russia, Bielorussia e Ucraina firmano gli Accordi di Belovezh che sanciscono la fine dell’Unione Sovietica. Il giorno successivo, a Maastricht, inizia la riunione del Consiglio Europeo che si conclude, il 10 dicembre, con l’approvazione del trattato istitutivo dell’Unione Europea. In pochi giorni, muore l’Unione Sovietica e nasce l’Unione Europea.

La riflessione suscitata dalla proposta di Gorbaciov ci lascia almeno due utili insegnamenti.

Il primo, la Grande Europa, dall’Atlantico agli Urali, esiste davvero, non è un’invenzione politica o propagandistica. È piuttosto una comunità di destino unita da comuni interessi e valori. Come disse Giovanni Paolo II: l’Europa respira con “due polmoni” (orientale e occidentale). E come ripeté più volte Gorbaciov: “siamo europei”.

Il secondo insegnamento è che la Grande Europa, la comunità di destino che si estende dall’Atlantico agli Urali, non può essere governata né da un’unica (grande) istituzione paneuropea, sia essa federale o confederale, né da una miriade di (piccoli) Stati nazionali. Attende invece di essere governata da una Confederazione (o Comunità) di Federazioni e di democratici Stati nazionali ovvero da una molteplicità di differenziate e coordinate istituzioni, con al centro un nucleo di paesi che, dopo aver condiviso la moneta unica, dia vita ad un’autentica Unione politica federale: un’Unione che, ispirandosi al principio di sussidiarietà, sappia rispettare e armonizzare le diverse identità nazionali. In questo quadro emerge la grande incognita della Russia: che ne sarà di quel paese quando uscirà di scena, e prima o poi avverrà, Vladimir Putin?

La speranza è che, in quel momento, e se possibile anche prima, riaffiori nella memoria collettiva la riflessione degli anni che sconvolsero il mondo e si riapra la possibilità di un dialogo e di una collaborazione anche con la Russia.”

Prima di tutto bisogna sottolineare che all’interno della Comunità europea vi sono divisioni e individualismi congeniti che non legano ma dividono. È difficilissimo superare gli interessi particolari che i principali Paesi intendono perseguire anche a danno degli altri membri. Sarà molto difficile risanare la frattura con la Russia generata dal conflitto con l’Ucraina perché l’Europa occidentale l’ha sempre considerata un’appendice estranea e per questo l’ha sempre tenuta “fuori dalla porta”. Se la NATO fosse stata sciolta avrebbe significato la fine dell’influenza dominante degli Stati Uniti sui Paesi dell’Europa occidentale. Gli americani non lo permetteranno mai. “Divide et impera”.