C’è un filo sottile che unisce tutti i discorsi di Mario Draghi sull’Europa: l’inquietudine. Non quella sterile del disfattismo, ma quella lucida di chi vede arrivare la tempesta e si accorge che la casa non ha ancora il tetto.

Dal palco del Teatro Campoamor di Oviedo, dove ha ricevuto il 'Premio Princesa de Asturias per la Cooperazione Internazionale', Draghi ha ribadito ciò che da mesi ripete con tono sempre più accorato: “il mondo è cambiato e l’Europa fatica a rispondere”. È una frase che pesa, perché viene da chi, nei momenti più difficili, ha tenuto insieme un continente con la sola forza della credibilità.

Eppure l’immagine che emerge oggi dell’Unione Europea è quella di un organismo stanco, incapace di trovare un ritmo comune. Troppa burocrazia, troppi ego nazionali, troppi leader più attenti al consenso interno che al destino collettivo. L’unica vera conquista condivisa resta la moneta unica; per il resto, il progetto europeo procede come una marcia disordinata, dove ognuno teme di perdere un passo della propria sovranità.

Draghi non si limita però a constatare la crisi: indica una via d’uscita. La chiama “federalismo pragmatico”, e suona come un invito al coraggio. Non un sogno idealista alla Spinelli, ma un realismo operativo: un’Europa che si muove a cerchi concentrici, dove i Paesi disposti ad agire su temi strategici - difesa, energia, innovazione, fiscalità - lo facciano insieme, senza attendere l’unanimità dei ventisette. Una “coalizione dei volenterosi” capace di aggirare la lentezza di procedure ormai inadeguate a un mondo che decide in ore, non in anni.

È un’idea che può spaventare, perché rompe un tabù. Significa accettare che non tutti viaggeranno alla stessa velocità, che l’Europa del futuro sarà forse meno uniforme ma più efficace. Eppure, in questa asimmetria, può celarsi la salvezza: la capacità di agire quando serve, di essere protagonisti invece che spettatori del proprio destino.

Il punto, semmai, è un altro: esiste ancora la volontà politica di compiere questo salto? La domanda di Draghi risuona come un monito: “Quanto grave deve diventare una crisi affinché i nostri leader trovino la forza di agire insieme?”. La risposta non c’è, e forse non arriverà finché la prossima emergenza - economica, militare o climatica - non renderà il prezzo dell’inazione insostenibile.

L’Europa ha già dimostrato di sapersi rialzare. Lo ha fatto dopo la crisi del debito, lo ha fatto durante la pandemia. Ma ogni volta lo ha fatto con fatica, come se ogni passo avanti dovesse passare attraverso l’orlo dell’abisso. Forse è tempo di cambiare metodo: di anticipare la crisi invece di rincorrerla.

Il federalismo pragmatico di Draghi non è un sogno né una formula astratta. È un invito al realismo, un modo per dire che l’Europa deve scegliere: crescere o dissolversi lentamente nelle divisioni che la paralizzano.

Perché in fondo, dietro le parole dell’ex presidente della BCE, c’è un avvertimento che vale più di qualsiasi trattato: il futuro dell’Europa non è scritto. Ma il tempo per scriverlo sta finendo!