L'ipotesi di un'azione militare americana per prendere il controllo dell'isola iraniana di Kharg apre uno scenario ad altissimo rischio nel Golfo Persico. A rilanciarla è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lasciando intendere che Washington potrebbe colpire il cuore del sistema petrolifero iraniano. Ma dietro questa mossa si intrecciano strategia, deterrenza e una posta in gioco globale.

L'isola di Kharg non è un obiettivo qualsiasi. È il principale terminale di esportazione del greggio iraniano: circa il 90% del petrolio del Paese passa da qui. Le sue acque profonde consentono l'attracco delle gigantesche petroliere VLCC, capaci di trasportare fino a due milioni di barili.

Colpire o controllare Kharg significherebbe, di fatto, tagliare la principale fonte di entrate dell'Iran. Un'operazione che, nelle intenzioni americane, potrebbe servire a costringere Teheran a cedere sul controllo dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più trafficati e strategici del mondo per il trasporto di energia.

Non è la prima volta che l'isola finisce nel mirino: già durante la guerra Iran-Iraq negli anni '80 fu pesantemente bombardata. Più recentemente, gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi militari sull'isola, evitando però le infrastrutture petrolifere.

Sul piano operativo, un'eventuale offensiva statunitense combinerebbe forze aviotrasportate e anfibie. I circa 2.000 paracadutisti della 82ª Divisione potrebbero tentare un assalto notturno per occupare i punti chiave dell'isola, mentre quasi 5.000 Marines entrerebbero in azione dal mare.

Le unità navali, equipaggiate con convertiplani Osprey e mezzi da sbarco LCAC, dovrebbero però attraversare lo Stretto di Hormuz, un passaggio controllato e fortemente sorvegliato dall'Iran. Un percorso che espone le forze americane a droni, missili e attacchi asimmetrici.

Una volta a terra, i soldati si troverebbero davanti un terreno minato, difese rafforzate e la prospettiva di attacchi continui. Sebbene la superiorità militare americana sia schiacciante, il prezzo in termini di perdite potrebbe essere elevato.

Conquistare Kharg è solo una parte del problema. Tenerla sarebbe molto più complesso. L'isola si trova a breve distanza dalla costa iraniana, il che la rende vulnerabile a bombardamenti costanti.

Un precedente illuminante è quello dell'Isola dei Serpenti nel Mar Nero: conquistata dalla Russia nel 2022 e poi abbandonata sotto il fuoco continuo delle forze ucraine. Un destino simile potrebbe toccare a qualsiasi forza che tenti di occupare stabilmente Kharg.

Inoltre, una presenza militare prolungata su territorio iraniano rischierebbe di diventare impopolare negli Stati Uniti, anche tra gli elettori di Trump, molti dei quali lo avevano sostenuto proprio per la promessa di evitare nuove guerre.

Teheran ha già fatto sapere che reagirebbe duramente. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che le forze iraniane “faranno piovere fuoco” su eventuali truppe americane.

Secondo diverse valutazioni, l'Iran ha rafforzato le difese dell'isola con batterie missilistiche terra-aria e sistemi anti-nave. A ciò si aggiunge la capacità di impiegare sciami di droni e tattiche di guerra asimmetrica, già viste in altri teatri.

Nel frattempo, l'Iran accusa gli Stati Uniti di ambiguità: mentre parlano di negoziati, inviano truppe nella regione.

Kharg non è l'unico punto sensibile. L'isola di Larak, a ridosso dello Stretto di Hormuz, è utilizzata dall'Iran per controllare il traffico navale e imporre pedaggi alle petroliere. L'isola di Qeshm, enormemente molto più grande, ospiterebbe basi sotterranee per missili e droni.

Ci sono poi le isole contese di Abu Musa e le Tunb, occupate dall'Iran ma rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti. Tutte queste posizioni, insieme, formano una sorta di “scudo” geografico che consente a Teheran di compensare la superiorità militare americana.

Nonostante i segnali di escalation, Washington continua a parlare di trattative. Lo stesso Trump ha dichiarato che sono in corso “discussioni serie” con l'Iran che potrebbero porre fine alle operazioni militari.

Questa ambiguità alimenta il dubbio che l'ipotesi di un attacco a Kharg possa essere anche uno strumento di pressione o persino una manovra diversiva.

Dopo settimane di conflitto, resta una domanda centrale: gli Stati Uniti sono pronti a un'operazione che potrebbe allargare la guerra e destabilizzare ulteriormente il mercato energetico globale?

Un eventuale accordo richiederebbe di colmare un divario ancora enorme tra le posizioni di Washington e Teheran. In caso contrario, il Golfo Persico rischia di diventare il teatro di uno scontro diretto dalle conseguenze imprevedibili, ben oltre i confini della regione.