Il Medio Oriente torna a vivere ore di altissima tensione. Nelle prime ore di mercoledì gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova operazione militare contro obiettivi iraniani, sostenendo di aver risposto all'attacco di Teheran contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più strategiche del pianeta. La risposta iraniana non si è fatta attendere: missili sono stati lanciati contro installazioni militari statunitensi in Bahrain e Kuwait, aprendo un nuovo fronte di crisi che rischia di compromettere la già fragilissima tregua raggiunta nelle scorse settimane.
Sebbene nessuna delle due parti abbia annunciato l'intenzione di interrompere definitivamente i negoziati, la nuova escalation alimenta i timori di un ritorno a un conflitto regionale su larga scala proprio mentre erano attese le trattative per trasformare il cessate il fuoco provvisorio in un accordo più stabile e duraturo.
I raid americani contro le basi iraniane
Secondo quanto reso noto dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l'operazione militare è stata condotta con l'obiettivo di "imporre costi pesanti" all'Iran dopo gli attacchi contro la navigazione commerciale internazionale.
Le forze americane hanno colpito numerosi obiettivi militari lungo la costa meridionale iraniana, tra cui sistemi di difesa aerea, radar e oltre sessanta piccole imbarcazioni appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione. Proprio queste unità navali sono considerate da Washington uno degli strumenti principali utilizzati da Teheran per intimidire e ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno inoltre precisato che l'operazione si è conclusa dopo aver raggiunto gli obiettivi prefissati, ribadendo tuttavia che le proprie forze rimangono pronte a intervenire nuovamente qualora l'Iran dovesse violare gli impegni assunti nell'ambito dell'accordo provvisorio.
Da parte iraniana è arrivata la conferma degli attacchi, senza però fornire alcun bilancio ufficiale delle perdite subite. I media statali hanno riferito di esplosioni nelle aree di Bandar Abbas, Qeshm e Sirik, oltre ad altri bombardamenti che avrebbero interessato Bandar Mahshahr e Bushehr. Secondo le autorità iraniane, almeno un membro dei Guardiani della Rivoluzione sarebbe rimasto ucciso.
La risposta di Teheran: missili contro Bahrain e Kuwait
La reazione dell'Iran è arrivata poche ore dopo. Le sirene d'allarme hanno risuonato in Bahrain, sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, e in Kuwait, dove sono dislocate importanti forze dell'esercito americano. Entrambi i Paesi hanno attivato le procedure di emergenza dopo il lancio di missili contro installazioni militari utilizzate dagli Stati Uniti.
I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato gli attacchi, accusando Washington di aver violato sia il cessate il fuoco sia gli accordi raggiunti nelle settimane precedenti.
Nel comunicato diffuso dai Pasdaran, gli Stati Uniti vengono definiti "esercito terrorista e assassino di bambini", accusati di aver bombardato basi costiere e infrastrutture civili nelle province iraniane di Hormozgan e Mahshahr. Nessun riferimento, invece, viene fatto agli attacchi contro le navi commerciali che hanno provocato la reazione americana.
Nel corso della mattinata il Bahrain ha dovuto far suonare le sirene d'allarme per altre due volte, segnale della persistente preoccupazione per possibili nuovi lanci di missili.
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi
L'origine immediata dell'escalation è rappresentata dagli attacchi contro tre imbarcazioni commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. Una petroliera di gas naturale liquefatto è stata colpita mentre navigava al largo delle coste dell'Oman, prendendo fuoco. L'agenzia britannica United Kingdom Maritime Trade Operations ha confermato l'incidente, precisando che le altre due navi hanno riportato danni limitati ma hanno potuto proseguire la navigazione senza feriti tra gli equipaggi.
La televisione di Stato iraniana ha sostenuto che la nave colpita avrebbe ignorato gli avvertimenti delle autorità di Teheran, senza però rivendicare ufficialmente l'attacco.
Da settimane l'Iran mantiene un rigido controllo sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, imponendo alle navi una rotta autorizzata dalle proprie autorità e considerandola l'unico corridoio sicuro. Le imbarcazioni attaccate stavano invece seguendo un percorso più vicino alle coste dell'Oman, diverso da quello imposto da Teheran.
Gli Stati Uniti e i Paesi arabi del Golfo continuano a respingere la richiesta iraniana di esercitare un controllo esclusivo sulla navigazione e di introdurre in futuro tariffe per il passaggio nello stretto, una delle principali arterie mondiali per il commercio del petrolio e del gas.
Revocata la licenza per la vendita del petrolio iraniano
Parallelamente all'azione militare, Washington ha adottato anche una pesante misura economica. L'amministrazione statunitense ha infatti revocato la licenza speciale che consentiva all'Iran di vendere apertamente il proprio petrolio sui mercati internazionali nell'ambito dell'accordo provvisorio raggiunto dopo il cessate il fuoco.
La misura rappresentava una delle principali concessioni ottenute da Teheran e permetteva, per la prima volta dopo anni di sanzioni, di effettuare vendite regolari in dollari statunitensi.
La revoca riporta di fatto il settore petrolifero iraniano sotto un regime di pesanti restrizioni internazionali. In passato l'Iran era stato accusato di esportare greggio sottoposto a sanzioni soprattutto verso la Cina, vendendolo a prezzi inferiori rispetto al mercato internazionale.
La decisione americana rischia ora di aggravare ulteriormente la pressione economica sulla Repubblica Islamica e di rendere ancora più difficile la ripresa delle trattative diplomatiche.
Dure reazioni dai Paesi del Golfo
Le monarchie arabe del Golfo hanno espresso forte preoccupazione. Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha definito "inaccettabile" l'attacco contro la petroliera qatariota Al Rekayyat, accusando direttamente Teheran di essere giuridicamente responsabile dell'aggressione contro la navigazione internazionale e la sicurezza energetica mondiale.
Il Qatar, insieme al Pakistan, continua a svolgere un delicato ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Ancora più dura la posizione di Anwar Gargash, consigliere diplomatico degli Emirati Arabi Uniti, secondo cui gli attacchi contro Bahrain e Kuwait dimostrano che l'Iran non è ancora disposto ad abbandonare la logica dell'escalation.
Secondo Gargash, gli Stati del Golfo non possono continuare a essere il bersaglio delle oscillazioni della politica iraniana tra confronto militare e ricerca della stabilità.
I funerali di Ali Khamenei sullo sfondo della crisi
La nuova impennata delle tensioni arriva mentre proseguono le solenni cerimonie funebri dedicate alla Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nelle prime fasi della guerra all'età di 86 anni.
Mercoledì le commemorazioni si sono svolte nella città santa irachena di Najaf e proseguiranno successivamente nel santuario dell'Imam Hussein a Karbala.
Il nuovo leader supremo designato, l'Ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader, non è ancora apparso pubblicamente. Secondo diverse ricostruzioni si troverebbe nascosto dopo essere rimasto ferito nell'attacco che costò la vita al padre.
La salma di Ali Khamenei verrà infine riportata in Iran per la sepoltura prevista giovedì presso il santuario dell'Imam Reza a Mashhad, sua città natale.
Negoziati sempre più in bilico
Prima della nuova escalation era previsto l'avvio di un delicato ciclo di negoziati destinato ad affrontare i nodi più complessi della crisi: la completa riapertura dello Stretto di Hormuz, il futuro del programma nucleare iraniano e le modalità di gestione della sicurezza marittima nella regione.
Gli eventi delle ultime ore rischiano però di compromettere seriamente questo percorso.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha ribadito la linea della Repubblica Islamica con un messaggio pubblicato sui social: "L'epoca delle intimidazioni e delle estorsioni è finita. Non ci pieghiamo."
Per il momento, tuttavia, né Washington né Teheran sembrano voler dichiarare definitivamente fallito il dialogo. La situazione rimane estremamente fluida: il cessate il fuoco continua formalmente a esistere, ma viene ormai costantemente messo alla prova da azioni militari reciproche, rappresaglie e nuove misure economiche. Un equilibrio precario che mantiene l'intero Medio Oriente sospeso tra diplomazia e rischio di una nuova guerra aperta.


